La ribellione verde

Domenica 29 maggio le calli di Venezia erano impercorribili, e per una volta i turisti non c’entravano niente. Non erano turisti infatti le centinaia di ragazzi e ragazze che cantavano e ballavano per i vicoli e i canali; non erano turisti quelli che impugnavano strumenti musicali, mazzi di volantini o bandiere con la clessidra, simbolo del poco tempo a disposizione, dentro un cerchio, simbolo del pianeta Terra. Non erano turisti quelli che incollavano adesivi colorati ovunque, persino sugli scafi delle navi ormeggiate. Nemmeno quelli che distribuivano frutta secca e acqua, o che disegnavano coi gessetti per terra, o che sostenevano enormi striscioni con slogan come: “NON VIOLENZA” e “EMERGENZA CLIMATICA ED ECOLOGICA”.

Certo, tra la folla ci sarà stato qualche turista incuriosito dalla manifestazione, così come numerosi passanti sono rimasti colpiti dalle azioni spettacolari e dalle parole gridate a gran voce… Ma l’iniziativa è stata lanciata da un soggetto ben preciso: Extinction Rebellion, il movimento internazionale, “dal basso” e nonviolento che, attraverso proteste del genere, dall’ottobre 2018 sta sbattendo in faccia ai governi di tutto il mondo la dura verità, ovvero l’imminente collasso degli ecosistemi e la conseguente estinzione di massa.

Nello specifico, a Venezia ci sono stati tre giorni di ribellione e disobbedienza civile, tra il 27 e il 29 maggio, che si sono conclusi con il corteo finale per le strade della città, a cui si è partecipato in veste di Puntaccapo. La tre-giorni è stata gestita dal gruppo locale di Extinction Rebellion, ma hanno aderito anche altre città, tra cui Bologna. La manifestazione si è svolta in maniera festosa, con attivisti che suonavano percussioni, artisti di strada che ballavano nelle piazze incrociate lungo il percorso e un coinvolgimento continuo di commercianti, ristoratori e persone affacciate alle finestre. Durante il corteo è stato chiesto a tutti di muoversi come mazanete, granchi in dialetto veneziano, ovvero lateralmente lungo le calli, muovendo le mani come fossero chele e lasciando libero il passaggio nello spazio centrale. A livello comunicativo, l’incisività di queste pratiche era evidente: i pedoni erano costretti a passare lungo un corridoio di volantini, danze e inviti ad unirsi alla protesta, senza via di fuga.

Nei momenti di sosta, i discorsi sono stati intepretati in tre lingue diverse: inglese, italiano e veneto. In questo modo tutti si sentivano presi in causa, compresa la gente del posto, uno dei target principali di tutta la manifestazione, molto più partecipe qualora venisse utilizzato un linguaggio familiare e mirato. In una pausa più lunga delle altre si è aperto il microfono per gli interventi liberi e chiunque ha avuto la possibilità di parlare. Nel mentre sono stati distribuiti gessetti colorati: nel giro di pochi minuti la piazzetta era ricoperta di clessidre, esortazioni alla lotta e scritte riguardanti l’urgenza di agire. C’è stato anche un die-in, ovvero una forma di protesta in cui ci si stende a terra e si finge una morte collettiva, in via Garibaldi, un punto focale della città. Qui è avvenuta una messa in scena a dir poco spettacolare da parte della Red Rebels Brigade, un gruppo performativo collegato a Extinction Rebellion, in cui manifestanti mascherate e avvolte in veli rosso fuoco hanno espresso teatralmente rabbia e dolore per l’inefficienza dei governi nel combattere la crisi climatica.

È evidente che l’originalità e la creatività della comunicazione nonviolenta giochi un ruolo centrale nelle proteste e nel modo di porsi del movimento nei confronti della cittadinanza. Maria, una ragazza di XR Bologna, racconta che la nonviolenza in particolare è una scelta strategica, oltre che etica: nella nostra chiacchierata accenna ad alcuni studi citati anche nel sito ufficiale di Extinction Rebellion Italia (che trovate qui), a opera di Gene Sharp ed Erica Chenoweth, secondo cui questo è il metodo più efficace per raggiungere obiettivi e ottenere un cambiamento.

Inoltre, Maria fa riferimento a una caratteristica peculiare del movimento: le persone che ci si avvicinano spesso non si sono mai attivate prima e hanno scarsa esperienza in fatto di militanza politica (fa l’esempio dei centri sociali, da cui non ha mai visto un grande afflusso verso XR). Di conseguenza, può essere che si sentano più rappresentate e coinvolte da mezzi di espressione corporea e artistica, visti come innovativi, mentre dall’altro lato un tipo di attivismo vecchio stile, basato sulla classica marcia con cori e striscioni, sarebbe forse meno peculiare e più schematico.

La possibilità di vivere il movimento in maniera soggettiva e di farlo proprio è un altro fattore che aiuta l’inclusività: Maria spiega che ciascun gruppo, ciascun individuo è libero di organizzare iniziative e di metterle in pratica a nome di Extinction Rebellion, in maniera autonoma e senza bisogno di autorizzazioni, a patto che si rispettino i principi e i valori di base. È esattamente lo stesso meccanismo di eliminazione delle barriere di accesso – e allo stesso tempo, di responsabilizzazione diffusa – che c’è stato dietro l’open mic durante la manifestazione, lo stesso che permette a chiunque di partecipare in maniera decisa fin da subito, occupando qualsiasi posizione a patto che sia adeguatamente formato o formata. Tutto ciò è possibile grazie alla scelta radicale che sta dietro alla struttura non gerarchica del movimento: decentralizzare il potere decisionale e lasciare che ci sia la massima permeabilità nei ruoli di potere.

Maria spiega che questa decentralizzazione è presente sia nei rapporti tra il livello nazionale e i gruppi locali, sia all’interno di questi ultimi. In Italia, la sovra-struttura nazionale è nata con il solo scopo di supportare le realtà locali; in seguito è morta e resuscitata con le stesse intenzioni (Supporto Italia, SIT). Al momento è divisa in gruppi di lavoro dedicati alle varie tematiche, il cui accesso è libero e talvolta vincolato dalle formazioni – dunque il criterio della conoscenza e della competenza. Maria ammette che questa scelta comporta anche delle conseguenze negative, come la difficoltà nel coordinare azioni che coinvolgano tutte le energie sul territorio: fa l’esempio di Roma, luogo privilegiato delle istituzioni e dei palazzi del potere, in cui andrebbe portata avanti una ribellione collettiva, ribellione la cui organizzazione risulta faticosa per paura di prendersi troppe responsabilità da parte dei singoli attori in gioco. La stessa ribellione di Venezia è stata organizzata interamente dal gruppo locale, sia dal punto di vista della logistica che delle azioni svolte, e XR Venezia si è limitato a invitare le altre città ad aderire: nessun coordinamento nazionale, quindi.

A Londra invece, luogo di nascita di Extinction Rebellion, si è venuto a creare un “gruppo di ancoraggio” più centralizzato, che ha deciso quando e come fare la ribellione. È quello che si sta cercando di fare anche qui in Italia, dove la decentralizzazione totale che ha regnato finora si sta sgretolando sulla scorta del modello veneziano.

Lì infatti si lavora con un cerchio di ancoraggio, all’interno del quale ci sono persone con ruoli fondamentali nelle varie sotto-sezioni: si tratta di una sorta di esecutivo, di “cervello” che dà le direttive. Da poco, questa novità è stata introdotta anche in XR Firenze e XR Bologna, in quanto è nata l’esigenza di coordinare i singoli gruppi di lavoro, finora efficienti nella loro indipendenza ma privi di una direzione o una coesione comune.

Da un lato dunque l’orizzontalità e la trasparenza servono a evitare che ci si fossilizzi in una struttura gerarchica, garantiscono il circolare di idee e la libera sperimentazione. Dall’altro, è innegabile che la presenza di forme di controllo sia funzionale all’agire organizzato e collettivo. Da un lato, c’è la scelta di fare politica a partire dalle relazioni tra gli individui, c’è il riconoscimento dei fallimenti della democrazia rappresentativa e il bisogno di sentirsi partecipi di qualcosa che nasca dal basso, con le persone e dentro le persone. Dall’altro, c’è la ricerca di un impatto concreto ed efficace sulla società e, infine, l’inevitabile confronto con altri modelli di mobilitazione di massa, passati e presenti; confronto che lascia presagire una difficile conciliazione tra queste esigenze e la possibilità di agire con un’unica identità politica e culturale.

A livello più teorico, viene spontaneo domandarsi se Extinction Rebellion riesca a trovare l’equilibrio tra due aspetti connessi a questa ambiguità di fondo: agire e operare nell’ambito in cui nasce, ovvero la lotta al cambiamento climatico, e collegare questo ambito a un discorso più ampio, di mutualismo con altre battaglie sociali e politiche portate avanti nella nostra epoca. Viene da chiedersi insomma quanta consapevolezza ci sia, all’interno del movimento, riguardo alla natura strettamente politica e trasversale della sua rivoluzione, che è e non può non essere una rivoluzione anti-capitalista.

All’interno dei movimenti per il clima va riconosciuto che XR è uno dei più radicali e politicamente schierati, ma forse risulta ancora troppo isolato rispetto ad altri tipi di lotte anti-sistemiche, come quelle contro il privilegio bianco, contro il patriarcato, contro l’imperialismo e il colonialismo, inevitabilmente collegate alla crisi climatica dal filo rosso della disuguaglianza.

Si tratta di ingenuità politica nell’analizzare la fase storica? O forse si tratta di porre la propria battaglia davanti a tutto il resto, per focalizzarsi strategicamente sul problema e non disperdere le energie?

A sentire le parole di Maria pare che ci sia poca coscienza critica su questo all’interno del movimento, o meglio, la consapevolezza c’è ma è lasciata ai singoli individui, senza essere portata avanti a livello collettivo e strutturale. Il fatto che Extinction Rebellion voglia andare “oltre la politica” secondo lei potrebbe influire: si è sviluppato come fenomeno di massa, pensato per diventare un’enorme ondata di cambiamento che dal basso travolga tutto e tutti, scavalcando le istituzioni. La sua nascita fuori dai circuiti politici e ideologici è un’arma a doppio taglio: è più facile che prenda una piega non solo a-partitica ma anche a-politica, isolando le proprie rivendicazioni da quelle delle altre realtà e trasformandosi in un impotente nulla di fatto, ma è anche più facile che apporti nuova linfa vitale alle altre battaglie, rinnovandole attraverso pratiche, strumenti e saperi critici e alimentandosi a sua volta grazie ad esse.

Complice la pandemia, l’ondata di cui parla Maria ancora non c’è stata, anzi forse si è un po’ smorzata e ora resta da capire come muoversi. Ma la battaglia portata avanti da XR sarà il movimento di massa della nostra epoca, pena l’estinzione… È chiaro infatti che la lotta per la sopravvivenza sia sentita da tutti in quanto riguarda l’intera popolazione, escluso quello 0.01% così oscenamente ricco da poter scappare nello Spazio, e che quindi eserciti una pressione molto più forte sugli animi rispetto ad altre questioni.

Ma proprio per questo è necessario che movimenti come Extinction Rebellion diventino un’anticamera per tutte le battaglie sociali e politiche che si stanno scagliando contro il sistema in questi anni, diventino l’anello che congiunge le masse spaventate a una presa di posizione netta, critica. Tuttavia, affinché si realizzi questo mutualismo tra le varie correnti ribelli e rivoluzionarie, bisogna lavorare sull’interconnessione nel territorio tra realtà sociali, culturali e di attivismo politico: bisogna che Extinction Rebellion inizi a dialogare con ciò che sta fuori, e che contribuisca alla formazione di una rete di supporto reciproco, pratico e teorico. Bisogna che impronti la propria lotta sempre di più sulla questione della giustizia climatica, al momento lasciata ai singoli componenti, e meno sulla retorica del salvarsi prima che sia troppo tardi, che Maria sottolinea come un’ipocrisia da privilegiati bianchi.

Tra le calli di Venezia si è calcato molto su questo, evidenziando ad esempio le conseguenze imminenti della crisi climatica sulla città. È stato giusto e necessario per mobilitare la popolazione locale, indubbiamente. Ma chi si sta occupando di tutti gli altri luoghi, in cui per colpa dell’Occidente il collasso sta già avvenendo?

Costantino Bovina

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