The Northmen

TRA SOTTOFONDI SHAKESPEARIANI E MITOLOGIA NORRENA

“The Nothman”, terzo lungometraggio di Robert Eggers (già regista di “The Witch” e di “The Lighthouse”), è un colossal epico le cui radici risalgono all’opera di Saxo Grammaticus, intitolata “Gesta Danorum”. La principale fonte di ispirazione di Eggers si deve ritrovare nei libri tre e quattro dell’opera di Saxo poiché all’interno di questi due si narrano le vicende di Amleth: a rigor di logica, dunque, ci troviamo di fronte al materiale da cui lo stesso Shakespeare ha attinto per la realizzazione della sua tragedia “Amleto”. La trama della pellicola firmata da Eggers e supportato in fase di sceneggiatura dal paroliere e scrittore islandese Sjón segue le vicende del principe. Corre l’anno 895 e il piccolo Amleth attende il ritorno del padre, il Re Corvo Aurvandil (Ethan Hawke) impegnato in un conflitto lontano dal suo regno. Il ritorno di Aurvandil è salutato con entusiasmo ed affetto da parte dei sudditi e della famiglia, ma ben presto le cose assumeranno una piega del tutto diversa. Si assiste fin da subito ad una rottura dell’atmosfera idilliaca delle prime scene del lungometraggio. Infatti, ritiratosi nelle stanze reali con la regina Gudrún (Nicole Kidman) il re svela di essere stato ferito e di essere prossimo alla morte. A seguito di questa rivelazione, Aurvandil col figlio Amleth prende parte ad un rituale presieduto dal fedele amico Heimir il folle (Willem Dafoe). Il giorno successivo il Re è attaccato da degli uomini a cavallo mentre il principe, fuggito poco più avanti, assiste alla scena nascosto dietro un enorme masso. A rendere ancor più tragico il destino di Aurvandil è la scoperta dell’identità degli attentatori, tra cui si nasconde Fjölnir (Claes Bang) fratello del Re e zio del piccolo Amleth. Tolto l’elmo, lo zio traditore decapita Aurvandil e muove le truppe in direzione del villaggio ormai caduto nelle sue mani. Amleth riesce a fuggire pur avendo rischiato di morire per mano di Finnr, uno dei soldati dello zio traditore al quale però il piccolo riesce a tagliare il naso. A seguito di questa azione Amleth fugge su una barca mentre nel villaggio si diffonde la notizia della sua morte avvenuta in mare aperto.

L’UOMO DE-UMANIZZATO E LA PRESENZA DEL MALE

Con uno stacco temporale, Eggers ci proietta due decenni dopo. Amleth è oramai cresciuto (interpretato da Alexander Skarsgård) e scopriamo che in questi anni è stato trovato da un gruppo di vichinghi ed allevato come un berserkr, il celebre guerriero della mitologia norrena che si dice essere invincibile sui campi di battaglia ed insensibile al dolore e alla sofferenza della lotta. Il termine ‘allevato’ non è casuale: esso suggerisce anzitutto l’idea di dover “addomesticare, curare un animale” e non è un caso che tale aggettivo sia riferito allo stesso Amleth. Poco prima di attaccare un villaggio l’orfano di padre e la sua banda compiono un altro rito invocando questa volta il nome del lupo Fenrir, altra figura celebre della mitologia norrena, e riferendosi a loro stessi come “figli del Lupo”. Se i due rituali presenti nella pellicola colpiscono e per la forza visiva e per il fascino che possono esercitare sullo spettatore, d’altro canto va fatta notare una caratteristica che accomuna questi due momenti: in entrambi i riti si assiste ad una sorta di de-umanizzazione dell’individuo il quale vede il proprio rango abbassato allo stato di animale. Se nel secondo dei due riti si assiste ad uno spettacolo in cui si mischiano danze ed ululati proveniente dalle bocche di uomini che si comportano da lupi; nel primo invece il piccolo Amleth, per ordine dello stesso padre, agisce come un cane, abbaia come un cane e cammina come un cane, tanto è vero che lo stesso Heimir si rivolge a lui con l’appellativo di “cucciolotto”. Alla privazione della propria umanità va poi aggiunta un secondo elemento, ovvero la presenza di un Male a cui sembra impossibile sottrarsi. Se nelle precedenti due pellicole di Eggers il Male rappresentava semplicemente il punto d’arrivo, qui cambiano le carte in tavole: esso è presenza costante fin dall’inizio del terzo lungometraggio e si manifesta sempre e comunque attraverso opere ed azioni violente, cruente, in cui non è raro assistere a spargimenti di sangue.

“C’È DEL MARCIO IN ISLANDA…”

Trascorsi due decenni dalla morte del padre e concluso l’assalto ad un villaggio assieme agli altri berserker, Amleth è ormai cresciuto (Alexander Skarsgård) e sembra aver momentaneamente abbandonato i suoi propositi di vendetta nonostante l’ultima scena a cui si assiste poco prima dello stacco temporale mostri lo stesso Amleth da giovane ripetere più volte “ti vendicherò padre, ti salverò madre, ti ucciderò Fjölnir” ripetendo questa frase più volte, come una sorta di preghiera agli dei. E sono proprio gli dei ad intervenire per riportare il principe sulla strada preparate per lui dalle divinità asgardiane. Ed esse subentrano nelle vicendi personali del principe in due modi. In un primo momento, tramite un corvo che, visto da Amleth, ha la funzione di riportare alla mente dell’orfano da parte di padre la figura di quello stesso padre assassinato, il quale era chiamato il Re Corvo. In un secondo momento, calata la notte, il protagonista sembra essere attirato da un piccolo tempio presente nel villaggio attaccato: all’interno delle squallide sale della struttura, Amleth incontra una delle Norne, divinità assimilabili alle Parche greche, la quale predice un’imminente vendetta di Amleth nei confronti di Fjölnir. Mostrata la strada, il principe non può far altro che incamminarsi. Terminato l’assalto al villaggio, Amleth apprende da uno degli altri guerrieri il destino dello zio, il quale dopo l’attacco del re di Norvegia è stato costretto a scappare e raggiungere l’Islanda dove vive come se fosse un contadino col resto della famiglia e con un pugno di truppe. Appresa la notizia, escogita un piano per raggiungere le lande islandesi salendo su una delle navi che trasportano schiavi diretta proprio in Islanda. Il Fato interviene ed opera ed è lo stesso Fato che permette ad Amleth di incontrare Olga (Anya Taylor-Joy), donna di origine slava di cui il guerriero si innamorerà. Riuscendo a mescolarsi tra gli schiavi, Amleth giunto nelle terre di Fjölnir può finalmente mettere in atto la sua vendetta.

AMLETH O L’UOMO KIERKEGAARDIANO

L’Islanda offre terreno fertile per la vendetta del rancoroso principe, supportato in questa impresa dalla maga Olga. Ma la vendetta, come si suol dire, è un piatto che va servito freddo. Ed infatti vi sono diversi momenti che precedono il duello finale tra Amleth e Fjölnir, il quale si concluderà con la morte di entrambi. Prima, il principe ha bisogno di una nuova spada, di un’arma in grado di abbattere i nemici: così, nel corso della prima notte nella nuova terra, Amleth visita uno stregone che riesce a mettersi in contatto col defunto Heimir, ucciso dallo zio del principe e a cui sono state tagliate orecchie e lingua e cavati gli occhi. Attraverso il teschio del vecchio amico del re, Amleth apprende dove si trova la sua arma e quale prova dovrà superare per ottenerla. Al calar della notte, sceso in una piccola fossa che permette l’acceso ad una struttura sotterranea colma di cadaveri, Amleth inizia un combattimento con uno scheletro armato della spada che egli cerca. Concluso il combattimento Amleth ha la meglio e riesce ad ottenere la nuova arma. Prima di compiere la sua vendetta però sono necessari altri passaggi: così vengono prima uccise le sue truppe, poi i sacerdoti di Fjölnir e poi il primogenito del fratricida. Ma prima dell’ultima uccisione, va ricordato un altro evento che cambia le carte in tavola: in un dialogo tra l’ormai adulto Amleth e sua madre si scopre che la seconda è stata in combutta con lo zio. L’uccisione del primogenito getta Fjölnir nella disperazione, ma al tempo stesso egli conosce il responsabile poiché gli è stato rivelato dalla stessa Gudrún. Così, mentre sta per uccidere Olga, Amleth si palesa dinanzi agli occhi dello zio permettendo alla donna di fuggire ma venendo catturato, rinchiuso in una stalla e poi torturato. Poco prima di ucciderlo, Eggers porta sul grande schermo un terzo rito, questa volta strettamente connesso al funerale vichingo che Fjölnir allestisce per il defunto figlio. Ma mentre all’esterno si compie il rituale, all’interno della stalla un nuovo intervento divino salva il protagonista: all’interno dell’edificio entrano infatti dei corvi che riescono a rompere i nodi delle corde con cui era stato legato Amleth e ne permettono la fuga, facendo sì che Olga possa curarlo. Ancora una volta, Fato da un lato e animale che in vita ha rappresentato il padre dall’altro hanno salvato il principe il cui destino sta tuttavia per compiersi. La morte appena evitata sembra aver cambiato le carte in tavole ed apre nuovi orizzonti per Amleth, ora deciso a lasciare l’Islanda assieme ad Olga per raggiungere le Orcadi, dove potrebbero essere accolti da parenti dello stesso principe. Tuttavia, una volta saliti a bordo, le cose cambiano nuovamente. Così come ad inizio film Amleth aveva avuto una sorta di visione del futuro, allo stesso modo portando la mano sul ventre di Olga scopre che la donna è incinta di due gemelli di cui uno dei due destinato a divenire il re fanciullo profetizzato dalla Norna. L’unione tra Amleth ed Olga è dunque destinata a portare alla luce un nuovo re, ma al tempo stesso è destinata anche a spezzarsi. Consapevole del fatto che finché sarà in vita l’assassino del re Aurvandil continuerà a tormentarlo, Amleth decide di abbandonare la nave e raggiungere nuovamente l’Islanda per mettere fine alla vita dello zio. In questo caso però ben poca colpa hanno le divinità, il cui zampino è stato presente fin dal primo momento del film. La scelta di Amleth è solamente sua. Certo, è vero che il Fato ha predisposto tutto affinché il principe potesse vendicarsi dell’assassino del padre, ma è altresì vero che lo stesso Fato ha poi allestito un’altra strada per l’uomo, una più sicura e certamente priva di ulteriori spargimenti di sangue rappresentata da una serena vita coniugale con la maga Olga. Eppure la scelta finale è quella di Amleth. Ed è una scelta che lascia paralizzati, che si deve accettare con disperata rassegnazione. Ma è soprattutto la scelta di una strada che esclude la possibilità di serenità. Siamo di fronte ad un aut-aut, o ci si vendica dell’assassino o si imbocca la strada più sicura. Amleth è l’uomo kierkegaardiano posto dinanzi alla scelta e solo lui può scommettere su una delle due strade per lui allestite dal Fato: o l’amore di (e per) Olga o la vendetta ai danni di Fjölnir. E come un pessimo giocatore di azzardo, Amleth punta tutto sulla seconda scelta, la quale tuttavia risulta essere la più adatta per questa pellicola in cui è l’odio a muovere i vari personaggi.

CRONACHE DI UNA MORTE PREANNUNCIATA

Da qui in avanti, la sorte di Amleth è piuttosto chiara. Approdato nuovamente in Islanda, il figlio del Re Corvo compie una strage: uccide i combattenti di Fjölnir, toglie la vita a Finnr chiudendo un cerchio apertosi due decenni prima, libera le schiave e gli schiavi ancora lì presenti e, per difendersi da un assalto congiunto, mette fine anche alle vite della madre Gudrún e del piccolo Gunnar, figlio nato dall’unione tra la regina e Fjölnir, il quale scopre i cadaveri dei due e dà appuntamento ad Amleth presso le porte di Hel, vicino ad un vulcano che sarà il teatro del duello finale tra i due. Neanche a dirlo, dopo un combattimento piuttosto lungo, sia Amleth che Fjölnir perdono la vita: nello stesso momento infatti colpiscono mortalmente l’altro, il primo viene ferito al cuore mentre il secondo viene decapitato. Ma se quella dello zio usurpatore era una fine scontata, era preannunciata anche quella del principe: infatti, prima del ritorno in Islanda una Valchiria solca i cieli di quelle terre, dirigendosi verso il luogo in cui si trovano i due protagonisti dell’holmgang che mette la parola fine alla terza pellicola di Eggers. La Valchiria è, nella mitologia norrena, l’essere che serve Odino ed hanno il compito di raccogliere i cadaveri dei guerrieri valorosi e condurli nel Valhalla. E infatti, come una morte preannunciata, la Valchiria si fionda sul cadavere di Amleth per poi condurlo con sé proprio nella sala dove i guerrieri si allenano in previsione del Ragnarok.

LA VENDETTA E IL DESIDERIO DI POTERE

Il terzo lungometraggio di Eggers è certamente diverso dai suoi precedenti lavori, pur mantenendo con essi alcuni tratti caratteristici del regista americano, quali ad esempio la curia maniacale dei dettagli e l’attenzione e lo studio che il regista dedica alla cultura e al folklore di un certo paese (basti pensare alla dentatura della Valchiria che si rifà ad un’usanza dei vichinghi e ai vari rituali, riferimenti alla mitologia norrena). Questa terza pellicola ha invece una struttura, una trama molto più facile da seguire, più semplice da districare: siamo dinanzi al viaggio dell’eroe che, dopo mille peripezie, raggiunge finalmente il suo obiettivo. Tuttavia l’essere in grado di portare delle novità e rendere meno banali ogni storia con cui si confronta è la peculiarità del cinema di Eggers, il quale anche in questo suo nuovo lavoro crea un viaggio dell’eroe del tutto atipico per una ragione ben precisa: manca una figura degna di poter essere definita eroe. Il materiale umano presentato in “The Northman” è invece mosso dagli odi, brama il potere ed entrambi sono collegati al desiderio di vendetta. La vendetta è il motore primo dell’azione in “The Northman”: è quella della regina Gudrún, donna che è stata violentata dal re e che assieme all’amante Fjölnir, desideroso del potere del fratello, compie la sua vendetta ai danni del marito; è quella di Amleth che decide di rinunciare all’amore di Olga per uccidere lo zio usurpatore. Non vi è nessuna figura totalmente positiva, nessuna figura eroica: ogni personaggio presente nella pellicola porta con sé luci e ombre, è rappresentato fedelmente nella sua umanità, con tutti i pregi e i difetti che ciò comporta.

Girolamo Peloso

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