La complessità di stare al mondo: riflessione pseudoseria sul decreto antirave

“Io sono Giorgia, sono una donna, sono una madre, sono cristiana”: è questo il mantra che riecheggia nel nuovo governo. Lei è Giorgia e rappresenta tutto ciò in cui non crediamo. È la prima donna al governo che utilizza il maschile per redigere i documenti ufficiali, l’ennesima donna che con quello che per qualcuno è un ossimoro crede di dover essere necessariamente e soltanto madre. Una cristiana, ricordando che la religione esiste ancora – ormai non è più vista come una vicissitudine intima, personale – ma esiste quasi solo nelle campagne politiche di destra e quando bisogna convincere le masse.

Il governo della tristemente carismatica Giorgia Meloni ha varato il decreto-legge 162/2022, dove si concentra su quattro punti: rave party, riduzione dell’ergastolo ostativo, reintegro in servizio tempestivo dei sanitari non vaccinati per il Covid, proroga della riforma Cartabia.

L’art. 5 rubricato “Norme in materia di occupazioni abusive e organizzazione di raduni illegali”, sancisce l’inserimento di un nuovo articolo nel Codice penale: l’art. 434-bis che punisce l’invasione di terreni o edifici per raduni pericolosi per l’ordine pubblico o l’incolumità pubblica o la salute pubblica. L’invasione è intesa come arbitraria, di terreni o edifici altrui, pubblici o privati; deve essere commessa da un numero di persone superiore a cinquanta, allo scopo di organizzare un raduno, quando dallo stesso può derivare un pericolo per l’ordine pubblico o l’incolumità pubblica o la salute pubblica. Questo ormai lo sa tutto il paese.

La norma non è chiara, come dovrebbe essere sempre qualsiasi precetto penale, ma vaga. È potenzialmente in grado di colpire molto più di quello che dichiara, e, soprattutto, molto prima che succeda qualcosa.

(Per capire meglio potrebbe essere utile analizzare la fattispecie dell’art. 633 del codice penale in materia di “invasione di terreni ed edifici”, ovvero il reato di occupazione)

Per capire perché è utile guardare l’art 633 del Codice penale, rubricato “invasione di terreni e edifici”: il reato di occupazione. L’azione punita è la stessa, quella dell’invasione, ma perché sia punita, secondo l’art 633, deve avere una caratteristica ben specifica, che deve essere provata: e cioè che “l’invasione sia finalizzata a occupare o trarre altrimenti profitto”. Nel nuovo articolo, invece, il 434-bis, la finalità di occupare è completamente irrilevante. Quello che conta è che ci sia, oltre all’invasione, uno scopo di organizzare un raduno pericoloso. Quindi non serve che il raduno pericoloso già ci sia, ma è sufficiente che ci sia lo scopo di organizzarlo. Ma c’è di più.

Non è facile intercettare neanche quale debba essere l’oggetto di questo fantomatico scopo organizzativo, perché l’invasione sia punibile. Se, infatti, prevedere una definizione di pericolo è già sfuggente di per sé, diventa quasi impossibile accanto a concetti astratti e pluriabusati come l’ordine o l’incolumità pubblica.

Quindi sostanzialmente si punisce qualcosa -l’invasione- non in quanto lesiva in sé – la lesione della proprietà è già tutelata dall’art 633 – ma perché è momento di organizzazione di qualcos’altro – il raduno – che forse – perché questo significa pericoloso – porterà a una lesione dei beni tutelati. Il bene tutelato non è la proprietà privata – come era nel 633 – ma l’ordine pubblico, incolumità e salute pubblica. Beni, a loro volta, insuscettibili di precisa definizione. 

Nel complesso, questa eccessiva anticipazione della tutela, che ha ad oggetto, per di più, beni privi di una concreta percezione da parte della comunità – ordine, incolumità, salute pubblica – porta a una generale non prevedibilità dell’applicazione. Il concittadino, in altre parole, non può concretamente immaginarsi per cosa potrebbe essere punito. E questo è incostituzionale, ovviamente. Perché viola uno dei principi cardine del sistema penale, ovvero il principio di tassatività, per cui il fatto penale deve essere dettagliatamente enunciato nei suoi estremi. Pericolosi per l’ordine pubblico probabilmente saranno i giovani, con questa loro illusione di poter cambiare il mondo, di esprimere la loro opinione politica attraverso mezzi atipici; i drogati dei rave party, nullafacenti che ballano incessantemente oltre l’alba (eppure non sono alieni, sono le stesse persone che svolgono un loro ruolo sociale); i ragazzini del liceo, che sono pieni di ribellione e di ormoni e vogliono solo saltare la scuola.

C’è un altro motivo per cui questo articolo rischia l’incostituzionalità, forse più sottile. Raduno è un sinonimo di riunione. Se avessero scelto questo termine sarebbero probabilmente saltati più campanelli d’allarme: la mente va subito all’art 17 della costituzione e il diritto di riunione, dove c’è già scritto che questo diritto può essere limitato solo ed esclusivamente comprovati motivi di sicurezza o incolumità pubblica. Si capisce come comprovati motivi sia molto diverso da un non meglio definito sentore di pericolo per l’ordine pubblico. Stando alla lettera della norma, può essere punito chi manifesta pacificamente, chi vuole festeggiare un compleanno in un luogo pubblico magari con delle casse e un po’ di musica, se da questi eventi derivi il fantomatico “pericolo per l’ordine pubblico”.

C’è ancora una potenziale censura, forse la più facile da comprendere, di incostituzionalità: la violazione del principio di proporzionalità. Una norma penale deve prevedere una pena proporzionata al fatto. Qui la pena è della reclusione e della multa. Sia chiaro che non c’è una “o”, come per esempio avviene con l’altro reato di invasione, ma una “e”. E’ una scelta forte, e forse già sufficiente ad appellarsi al principio di proporzionalità. Appello che diventa necessario nel momento in cui si guarda all’ammontare degli anni: dai 3 ai 6. Solo per dare dei termini di paragone: detenzione illecita di armi dai 18 mesi ai 3 anni, partecipazione ad associazione a delinquere da 1 ai 5 anni, violenza sessuale dai 5 ai 10 anni. La scelta degli anni non è casuale: con la minima a 3 anni non si può chiedere la sospensione condizionale, con la massima sopra ai 5 non si può accedere alle pene alternative, ma si può invece ricorrere allo strumento dell’intercettazione. Insomma, nel complesso, si può dire che il nuovo reato si aggiudichi l’etichetta di particolarmente grave.

Scegliere la pena della reclusione da tre a sei anni, svilisce l’intero sistema penale italiano, sottolineando l’intenzione del governo di reprimere e criminalizzare e non di risocializzare. Per non parlare dell’incremento del sovraffollamento degli istituti penitenziari, della condizione dei detenuti e della marginalizzazione sociale che l’individuo subisce per il solo ingresso in questi ambienti.

Di nuovo, solo per dare un termine di paragone, negli altri paesi d’Europa i rave sono regolati da tempo, e in modo diverso. Senza entrare nelle definizioni scelte da ogni paese, basti dire che in Francia è previsto solo il sequestro degli impianti e la multa, mentre nel Regno Unito la reclusione c’è ma solo di 3 mesi e comunque sempre alternativa alla multa.

Indipendentemente dalla norma in sé, passibile di censura costituzionale, il punto forse è un altro. E cioè che viene represso un fenomeno da chi non ha idea di cosa sia.

Il punto non è cosa si fa ai rave, quanto ciò che i rave rappresentano per questo governo. 

I rave party sono manifestazioni musicali autogestite nate alla fine degli anni Ottanta, dove l’accesso è da sempre completamente libero e gratuito per chiunque. Si esce dalla logica del consumo e del “dover pagare tutto”. Il genere musicale è particolarmente caratterizzato, trattandosi di musica principalmente tekno, techno, goa, acid, jungle, drum & bass o psy-trance. Tendenzialmente, i rave si svolgono in spazi isolati, per esempio all’interno di aree industriali abbandonate o in grandi spazi aperti, come campi, cave, boschi e foreste, con durata variabile da una notte fino a più di una settimana.

Organizzare e partecipare a queste manifestazioni significa creare una zona temporanea che rifiuta le dinamiche imposte dalle istanze istituzionali, economiche e amministrative che regolano la quotidianità. Andare a un rave non significa drogarsi senza sosta, bere senza controllo e ballare senza senso. Partecipare ad un rave può avere un significato diverso per ognuno. Andare ad un rave è un gesto politico: rivendicare l’esistenza della libertà, rievocare la bellezza della musica, dell’arte, della luce. Andare ad un rave significa ballare fino alla mattina e ricordarsi di quanto sia bello essere attraversati da un raggio di sole, avere le scarpe sporche di sano terriccio, vedere come le persone possono essere tutte diverse, ma riunite da un vortice di bisogno esistenziale, scandito da bpm incessanti, squilibrati, contro ogni forma di controllo o di bombardamento mediatico cui siamo sottoposti ogni secondo. Andare ad un rave significa connettersi con l’ambiente circostante per interfacciarsi con persone diverse, atipiche, singolari, con cui gli sguardi si incrociano in modo complice tra una traccia e l’altra. Andare ai rave significa essere stanchi di non essere compresi o non sentirsi totalmente compresi dal mondo esterno, da quella stessa società che da un momento all’altro spinge un giovane ragazzo a mentire alla propria famiglia e a suicidarsi perché non è riuscito a laurearsi in tempo. Andare ai rave significa non rispettare determinate regole perché in quelle regole c’è la pressione di doversi omologare, di dover performare costantemente.

Vuol dire dare spazio a quell’esigenza di uscire dall’ordinario, dal sentiero tracciato. Anche solo per una notte.

Tutto questo per il governo rappresenta una minaccia incontrollabile, l’ostacolo da rimuovere per sgattaiolare nelle piazze e diffondere odio, tuttologia e qualunquismo. I rave sono così il capro espiatorio, il covo di giovani deviati che deve essere fermato e poi estirpato. Chi se ne frega di come si sentono, della loro musica insopportabile, e dei pensieri che esprimono. Chi se ne frega dei loro bisogni, se non troveranno casa nelle città in cui vorrebbero studiare, se non troveranno lavoro, se cambieranno paese. 

A questa minaccia, dunque, il nuovo governo sceglie di rispondere con un sistema meramente repressivo, senza minimamente considerare i retroscena culturali, i bisogni di chi vi partecipa e la complessità di stare al mondo.

Di Federica Wor Suriano e Anna Providenti

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