Perché Bologna insorge il 22 ottobre?

Grafica di Miriam, in arte Morlam

“Ciao Bologna, ci conosciamo? No. In verità no. Siamo dirimpettai di Appennino e questo basterebbe forse per provare a conoscersi un po’ di più.”
A parlare è un collettivo di fabbrica, che da un anno e mezzo occupa un’azienda nel fiorentino, l’ex Gkn. Si rivolge a Bologna perché è questa la città che è stata scelta per lo sciopero generale e generalizzato, indetto il 22 Ottobre.
La storia è quella di un licenziamento collettivo illegittimo e antisindacale di 422 persone, che ha creato attorno a sé prima una rete di solidarietà, poi una stagione di lotta complessiva. Si percepisce un nuovo senso di collettività che sa di giustizia e ribaltamento sociale: c’è chi parla di una nuova fase della lotta operaia.
“Figurati se ci mettiamo a dirti cosa fare o non fare.
Noi non veniamo lì con questa pretesa. Noi veniamo lì ad ascoltare e fare domande. Noi qua, per continuare a resistere (sono ormai quindici mesi in assemblea permanente), siamo condannati a cambiare i rapporti di forza in tutto il paese, a insorgere e domandare maleducatamente e insistentemente voi come state. A chiedere se anche voi, come noi, avete questa esigenza fondamentale, qui e ora, di cambiare prima di essere ingoiati dal nulla che avanza. Bologna, tra le pieghe dei tuoi dibattiti, della tua storia di movimento ricca e complessa, qualcuno pare abbia risposto di sì. E la nostra domanda maleducata e sguaiata si trasformerà in un corteo, il 22 ottobre.”
Così continua il post su Facebook pubblicato in occasione dell’arrivo in città, accanto a un invito ad andare “a teatro insieme, appiccicati” a vedere il primo spettacolo basato sulla loro storia, “Il Capitale”, realizzato proprio da una compagnia bolognese: la Kepler 452. Con quel famoso “e voi come state?”, lanciato all’inizio di tutto, a chi era andato in solidarietà nel settembre 2021 per il primo sciopero, si crea un’agenda, un modus operandi: convergere e insorgere. Un binomio inscindibile che sta veramente risuonando in ogni angolo della città, portato in giro dall’eco dei portici, tuona nelle assemblee dei tanti collettivi – in cui di operaio e di fabbrica forse non si parlava da un po’ – costringendoli a interrogarsi sulla fattibilità di una convergenza che vada oltre quella storia di movimento tanto complessa e divisiva. La domanda smuove, mette in discussione, perché questa volta, sia per le “coincidenze storiche” con gli anni ’20 del secolo scorso – un collettivo /consiglio di fabbrica che occupa una fabbrica del metalmeccanico – sia per l’enormità delle masse mobilitate, la posta in gioco sembra più alta del solito.
Ma facciamo un passo indietro. Cos’è la Gkn? Niente di più e niente di meno che una multinazionale britannica di componenti del settore automobilistico e aerospaziale. Nata agli albori della rivoluzione industriale in Galles, oggi ha un fatturato annuo di 10 miliardi, 51 stabilimenti in oltre 30 paesi e 28000 dipendenti. Sia chiaro fin da subito, non è un’impresa in crisi, anzi.
Nel 2018 la Melrose industries, un maxi fondo di investimento inglese, fece una generosa offerta di acquisto che gli azionisti della Gkn, dopo qualche resistenza, non poterono che accettare. Il fondo annunciò immediatamente una mega ristrutturazione. Per quanto possa sembrare una bella parola, chi è del mestiere sa che per i lavoratori può essere un incubo.
Il 9 luglio del 2021, infatti, venne annunciata la chiusura dello stabilimento fiorentino di Campi Bisenzio, una delle due aziende italiane della Gkn, che produce componenti automobilistiche da quasi un secolo -prima era della Fiat. Un messaggio Whatsapp o una mail, per i più fortunati, informò i 422 dipendenti del loro licenziamento. Il tutto, senza alcun confronto sindacale, che sarebbe previsto per legge. Nessuna crisi, nessuna mancanza di mercato: il fondo aveva deciso di spostare l’azienda in Polonia per risparmiare sul costo del lavoro. Ecco cosa significa “ristrutturazione”. Non è una novità, ma solo lo strumento preferito dei professionisti della massimazione del profitto, quale è il fondo Melrose : si chiama “delocalizzazione”. Si individuano gli stabilimenti “più adattabili” e si spostano lì dove, a causa di un clima fiscale meno duro o per una cultura salariale meno avanzata, si possono minimizzare le spese. In Europa, di solito, si va a Est . Basti dire che in Polonia il salario medio è di 14 zloty lordi all’ora – c.a. 3 euro – per capire l’entità del risparmio. Nessuna legge lo vieta, anzi, è diritto garantito dall’Unione Europea, ma di fatto non è difficile comprendere come il meccanismo, se non regolato, devasti il tessuto produttivo e rilanci al ribasso qualsiasi possibile discorso di dignità delle condizioni lavorative.
Scelte imprenditoriali a parte, il punto è che un licenziamento collettivo non si fa per messaggio, senza confronto sindacale e alcuna garanzia per i lavoratori, tant’è che il tribunale di Firenze, su ricorso della Fiom, ha condannato il fondo Melrose per condotta antisindacale, ordinandogli la revoca dei licenziamenti. L’intervento non è mancato anche da parte dei ministeri dello sviluppo economico e di quello del lavoro, che hanno aperto un tavolo sul futuro della fabbrica: è stato nominato come “advisor” Francesco Borgonuovo, che da Gennaio è a capo dell’azienda – rinominata da lui QF – e che ha firmato con tutte le parti interessate un accordo quadro in cui si garantiscono, sulla carta, la ripresa dell’attività e la continuità occupazionale di tutti i lavoratori.
Ad oggi, per gli operai, il processo di “reindustrializzazione” lanciato da Borgonuovo si è tradotto in un nulla di fatto. Ma nel frattempo si è mosso qualcosa, non sui tavoli ministeriali, ma nelle piazze.
“Gkn è ormai un simbolo di riscatto sociale, un esperimento collettivo” e questo era già chiaro il 25 marzo, alla vigilia della prima mobilitazione nazionale, dopo la solidarietà dimostrata attorno al presidio permanente in fabbrica – ad oggi 15 mesi – e la grande partecipazione, 15 mila persone, al primo sciopero a Firenze nel settembre 2021.
L’esperimento collettivo riuscì veramente a Marzo, quando con due giornate, quella del 25, sciopero globale per il clima di FFF, e del 26 lanciata dal collettivo di fabbrica, si saldò una prima alleanza fondamentale tra lotta sindacale e lotta ambientale. “Noi insorgiamo per il futuro. E il futuro non è solo uno stipendio e un contratto, è l’aria che respiri, è la pace, è cosa produci e in che società vivi. Il 25 e 26 Marzo formalizziamo che non esiste alcuna contrapposizione tra questione sociale e ambientale. L’una si alimenta della radicalità dell’altra”, spiegava Dario Salvetti, delegato Rsu ex Gkn, nonché portavoce del collettivo di fabbrica. Lo abbiamo intervistato.


Perché Bologna?


Ma guarda, Bologna in realtà si è scelta da sola: quando a Marzo abbiamo iniziato a chiedere ai solidali quali fossero le “loro gkn sparse per il territorio” alcune realtà bolognesi – principalmente della rete ambientalista, no passante, campi aperti – hanno ritenuto di poter rispondere alla chiamata e farsi locomotiva di una mobilitazione che va anche oltre il discorso ambientale.”
E infatti c’è molto altro, ovviamente il tema della pace – a marzo si era a meno di un mese dall’attacco russo – c’è la questione del carovita, della casa, delle bollette. C’è la lotta contro il patriarcato, il transfemminismo e i diritti civili.


Come riuscite a catalizzare tutte le lotte?


È una questione di sopravvivenza, non siamo autorizzati a piangere più forte di altri, sappiamo che per avere solidarietà la nostra condizione deve essere messa a disposizione delle altre per un riscatto collettivo. Generalizzare, convergere, allargare non è un vezzo ma è necessario.
Per farlo, partiamo dalle tematiche che emergono dai singoli territori e ci costruiamo attorno convergenza, creiamo nuovi rapporti di forza. Sappiamo già che mobilitare tante persone su un singolo tema lo rafforza, ma se riesci a farlo su tanti temi che convergono, c’è un processo di crescita collettiva non solo numerica ma di consapevolezza, di programma e di contaminazione reciproca. Siamo in piena crisi sociale, climatica, idrica e bellica, dentro un impazzimento delle catene di fornitura, non possiamo isolarci. In altri paesi questo tipo di mobilitazione c’è da tempo, penso alla Francia dove proprio questa settimana c’è stata una manifestazione enorme su carovita e transizione ecologica, o alla campagna inglese “we dont pay”.


Campagna che tra l’altro è stata riproposta anche qua in italia “Noi non paghiamo”, ci sono già più di 30.000 iscritti e sono nella convergenza anche loro.


“Si il tema del carovita è centrale, è parte della mobilitazione del 22, ma sicuramente ci sarà in modo prevalente in quella di Napoli il 5 Novembre, che è il passo successivo. È un problema che affligge tutte e tutti ma nel territorio campano ovviamente si percepisce in modo più stringente e acuto. Se a Bologna al centro ci saranno ambiente e spazi pubblici, lì saranno bollette e reddito di cittadinanza. È una questione di ascolto del territorio ma, di nuovo, ogni lotta è interconnessa”.
Nel Luglio del 2022, i festeggiamenti per i 365 tramonti di dignità – un anno di presidio della fabbrica -vengono interrotti da un braccio di ferro della polizia. Stanno dalla parte della illegittimità sociale e storica, ma reclamano la loro legalità. Una convocazione in Prefettura, dunque, che avviene in seguito alla lettera di Borgonuovo dove si reclama materiale dentro lo stabilimento, oltre 90 giorni di carico e scarico stimati. Sembrerebbe che si provi a risolvere come un problema di ordine pubblico, con coinvolgimento delle forze dell’ordine, un elemento di trattativa sociale tra le parti. Trattativa che viene cercata dai lavoratori e sistematicamente evitata da QF, così come dal Ministero per lo sviluppo economico, sparito dai radar da Aprile. Il collettivo non si spaventa, ma rilancia, forte di una rete di solidarietà mai vista prima, e si dichiara “fabbrica pubblica e socialmente integrata”.


Cosa significa?


È molto semplice, chiediamo che in fabbrica entri capitale pubblico, senza il quale la fabbrica non può sopravvivere. Quando lo proponevamo noi ci hanno ignorato, adesso la nuova proprietà ha chiesto quasi 30mila € di finanziamento pubblico. La differenza è che mentre loro lo chiedono per interessi propri, per alleggerire le spese sui nostri ammortizzatori, noi abbiamo in mente qualcosa di più.


Cioè?


Se c’è del capitale pubblico la fabbrica deve essere anche socialmente integrata e quindi in connessione con il territorio e restituita a questo, rafforzando non solo i legami politici ma aprendo lo stabilimento ad attività solidali. Abbiamo in mente una produzione di pubblica utilità e un controllo pubblico, esercitato da una struttura societaria che permetta all’assemblea permanente, Rsu, Collettivo di Fabbrica, oo.ss. di incidere sul diritto di proposta, verifica e gestione della reindustrializzazione.
Ecco perché abbiamo bisogno di conoscere tutte le lotte, e di farle convergere: pensare un modello di fabbrica giusto oggi ti fa inceppare in mille contraddizioni. Ovviamente c’è l’ambientalismo, al centro delle nostre rivendicazioni, ma c’è anche tanto altro. C’è bisogno di competenze diverse, di interconnessioni. Da soli non possiamo farcela, ma insieme si.


Cosa succede in una fabbrica in presidio permanente?


È un esercizio democratico a cui nessuno ci ha mai abituato. Abbiamo dovuto prendere spunto da altri movimenti, abbiamo parlato con chi ha portato avanti vertenze importanti prima di noi. Il rischio, reale, è quello del logoramento. Quando sei legato a un sussidio e non a una produzione ti si cambiano i rapporti di forza. Il collegamento con il territorio diventa essenziale. È nata una Società operaia di mutuo soccorso che starà su assemblee con il territorio, una rete di mutualismo, regime di autorecupero, lo sviluppo di un cral e la progettazione del piano industriale alternativo.
In assemblea permanente si porta avanti la cura della fabbrica uno spazio che rischia di deperire, prendere di volta in volta il più collettivamente possibile le decisioni necessarie alla nostra mobilitazione, e darci una progettualità.


A proposito di progettualità, come sta andando la vertenza a livello sindacale?


Sentito da fuori sembrerà una bestemmia, ma 10 mesi di nuova proprietà sono volati con un nulla di fatto. Il metodo è di riaggiornarti i tavoli attorno alla quale si crea attenzione mediativa, poi non si dice nulla ma si fanno buoni propositi sui quali escono i titoloni, poi i tavoli rispariscono. Ma sanno bene che le giornate non sono uguali per tutti: ad agosto loro sono andati in ferie, noi siamo rimasti qua ad aspettare. é un giochino al logoramento.
Nel clima festoso – ma amaro per la convocazione in prefettura – di Luglio si è lanciato quel “tenetevi liberi per l’autunno”, che porta a Bologna e allo sciopero del 22 ottobre. Viene firmata una dichiarazione congiunta con l’esecutivo del Cobas in cui si dice: “Non è il lancio dello sciopero generale a freddo che crea le condizioni per una mobilitazione generale e generalizzata nella società. Ma è un clima di mobilitazione generale e generalizzata che crea le condizioni per il lancio dello sciopero generale. E tale clima oggi si crea e vive all’interno del processo di convergenza tra settori lavorativi, reti ambientaliste radicali, lotte transfemministe, movimento studentesco”.


A luglio dicevi che Gkn non è un’isola e che tenere viva l’ipotesi di un’insorgenza sociale in autunno non fosse una scelta, ma un dovere. Già allora però mettevi allerta «Purché ci siano le condizioni, purché ci siano articolazioni locali che lo costruiscano”. È successo quello che vi aspettavate a Bologna?


Forse questo andrebbe chiesto alle realtà bolognesi. Però posso dire questo: ho percepito un alto livello di discussione e dibattito, tante assemblee e iniziative in preparazione del 22 – l’ultima quella del 15 in Montagnola – e sono convinto che sia questo a dare valore a un corteo, non il numero di persone che ci saranno. Ci siamo abituati che ormai l’iniziativa è spesso un evento facebook o poco altro, far partire una rete discussioni è già un risultato.
Che queste condizioni adesso a Bologna ci siano o meno, rimane da riconoscere un fatto, per avere una chiave di lettura adeguata sul 22 ottobre. E cioè che quella che sembrerebbe solo una rivendicazione sindacale come le altre sta chiaramente superando i confini alla quale viene relegata di solito. E sta arrivando, a poco a poco, a tutti. Lo fa con discorsi come la nazionalizzazione dei mezzi di produzione, operai in lotta, fabbrica occupata, scioperi generali, capitale che arretra e lavoro che avanza, che non solo non sanno più di polvere, ma anzi, sono lucidamente riproposti in chiave di inscindibile interconnessione con tutte le più avvertite crisi attuali, che sia quella sociale, ambientale o transfemminista. Il tutto così incredibilmente e sfacciatamente presente, qui, ora, nella nostra città, a chiederci con un semplice “e voi come state” se valga la pena di convergere per insorgere più forti che mai.

Anna Providenti

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