Perché?

Sono passati più di quaranta giorni da quando è iniziata la guerra in Ucraina e ogni giorno la situazione sembra più surreale che mai. Negli scorsi giorni le prime pagine dei giornali denunciavano il “genocidio” commesso dai Russi nel paese di Bucha e l’attacco alla stazione di Kramatorsk. Sono state rese pubbliche immagini strazianti, inverosimili, crudeli. Corpi ammazzati lasciati per strada, fosse comuni, testimonianze che raccontano di persone schiacciate dai tank russi. Soltanto qualche settimana fa abbiamo assistito alle immagini della distruzione di Mariupol e dell’ospedale pediatrico, grazie al coraggioso lavoro di reportage fatto dagli ultimi giornalisti rimasti nella città. Sembra che più i giorni passino e più la ferocia della guerra aumenti.

In meno di due anni la nostra generazione ha vissuto una pandemia e si ritrova, oggi, ad assistere ad una guerra: non eravamo e non siamo preparati a questo. Fino a due mesi fa la priorità di tutto il mondo era la pandemia e i suoi sviluppi; i salotti televisivi erano animati dal dualismo virologi-novax e il dibattito politico non faceva altro che concentrarsi su mascherine, prossime riaperture e quant’altro. Tutto questo sembra non esistere più: il covid-19 non impensierisce più nessuno e né tanto meno suscitano attenzione i decessi che continuano ad esserci ogni giorno. Si ha l’impressione che sia tutto finito quando invece non lo è. D’altro canto siamo fatti così, la nostra attenzione si focalizza sull’immediato, sul rischio imminente e di conseguenza tutto il resto viene offuscato, come se non esistesse. Il pericolo principale al momento è rappresentato dalla guerra e la nostra attenzione è focalizzata solo ed esclusivamente su questa tragedia. 

Avere gli occhi puntati sul conflitto è un atto sacrosanto ma ciò che stupisce è la saturazione dei mezzi d’informazione. Giornali, telegiornali e social network ci bombardano continuamente di notizie sulla guerra (allo stesso modo di come venivamo bombardati con le notizie relative alla pandemia). Il coronavirus è stato sostituito dalla guerra in Ucraina. Informarsi è doveroso ed è necessario per poter avere una visione completa della situazione; tuttavia, essere al centro di una campagna mediatica frettolosa e costantemente attiva rischia di mandare il lettore o lo spettatore in totale confusione, eliminando lo spazio fondamentale per formare un’opinione personale sui fatti. È come se fossimo intrappolati in un paradosso, se non segui minuto per minuto ciò che succede, non sei informato; se segui incessantemente le notizie, ne esci stordito e stanco. È necessario informarsi ma, allo stesso tempo, è necessario avere il tempo materiale per poter riflettere su quanto appreso, questo l’universo dei media non ce lo permette.

Nonostante le perplessità scaturite da un sempre più veloce e asfissiante sistema dell’informazione, il conflitto ucraino ci ha permesso di capire quanto sia fondamentale il compito del giornalista all’interno della società. Senza di loro, disposti a rischiare la vita nelle zone di guerra, non avremmo nessuna notizia, nessun video, nessuna foto, nessuna testimonianza. Quando questa guerra finirà, non dimentichiamoci del lavoro prezioso svolto dagli inviati e dai giornalisti freelancer e, soprattutto, riflettiamo due volte prima di gettare insulti insensati e generici sul mondo del giornalismo.

Non abbiamo né le capacità e né le conoscenze per instaurare un’analisi sulle motivazioni che hanno spinto Putin a sferrare questo attacco alla nazione ucraina. Certo è che questa guerra è un’autentica atrocità, Putin ha attaccato un paese libero e democratico e sta causando enormi sofferenze all’intera popolazione ucraina. Questo è un dato incontrovertibile e va condannato in qualsiasi modo, senza mezzi termini. Ci sono un popolo invasore ed un popolo invaso, noi siamo dalla parte di chi resiste.

La guerra è violenza, sofferenza e soprattutto morte. I social network ci hanno dato la possibilità di osservare la disumanità del conflitto in diretta, attraverso immagini forti e strazianti. Gente mutilata, bambini feriti, civili uccisi. Migliaia di persone hanno dovuto lasciare la propria casa, la loro città e il loro paese perdendo tutto. 

Perché accade tutto questo? Qual è il senso di così tanta sofferenza?

Uomini che uccidono altri uomini, un popolo che cerca di sopprimerne un altro. Cosa ci spinge ad infliggerci tale strazio? È possibile che questa sia la nostra vera natura? Forse sì e dobbiamo accettarlo una volta per tutte. La violenza sembra essere una parte di noi, una fetta consistente del nostro io a cui non possiamo rinunciare. Sembra che ciclicamente si debba dare sfogo a questa bramosia di sangue. Lo abbiamo sempre fatto e forse continueremo a farlo per sempre. Un mondo senza guerre, un mondo fatto di pace si allontana sempre di più, diventando quasi un’utopia (sempre che non lo sia già diventato…)

È mai regnata la pace nel mondo? Abbiamo mai vissuto in un mondo pacifico? Evidentemente no. Certo, a noi europei una guerra e le sue conseguenti dinamiche di invasione sembravano un ricordo ormai lontano però prima dell’assedio russo ci sono state tante altre guerre nel mondo e quindi l’idea di un mondo pacifico pre-attacco russo deve essere considerata soltanto una pura menzogna. 

È chiaro che la pace all’interno della nostra scala di valori non é al primo posto, essa viene sacrificata costantemente per scopi militari, economici, tecnologici e politici. Abbiamo un’intelligenza enorme che nell’arco della storia ha accompagnato pensatori, artisti, geni e, nonostante ciò, ricorriamo sempre alla violenza come mezzo. 

Si tratta di masochismo? Narcisismo?

Hannah Arendt, nella Banalità del male, scriveva che nella Germania nazista il bene e il male si erano invertiti. Era come se fare del male fosse diventato la normalità, a discapito del bene. A questo punto bisognerebbe chiedersi: cosa rappresentano per noi bene e male? Si dovrebbe rispondere con la classica correlazione fra male/guerra e bene/pace. Se si tratta di valori cosí universali perché il bene viene messo in secondo piano rispetto al male? Perché preferiamo la guerra alla pace? Evidentemente si tratta di una dicotomia esclusivamente ideale: siamo stati capaci soltanto di idealizzare il bene e di cristallizzarlo nel mondo etereo del pensiero e della filosofia, lasciando al mondo pratico la crudeltà e l’immediatezza della violenza. La verità dei fatti è che non riusciamo ad essere senza la violenza.

Odiamo la guerra, la ripudiamo, diciamo di rifiutarla ma tutto questo rimane unicamente sulla carta. Idealmente siamo esseri pacifisti, nella vita pratica devastiamo e seminiamo desolazione dietro di noi, che sia il pianeta o siano altri nostri fratelli. Probabilmente la violenza è insita nel nostro essere e non riusciremo mai a liberarcene nonostante gli sforzi e i pensieri pacifisti. 

Se esiste una risposta a tutte queste domande, sinceramente, non ci è dato saperlo. Troppi interrogativi, troppi perchée tanti forse che scaturiscono da ciò che vediamo ogni giorno. Non possiamo astenerci dal porci queste domande di fronte alla sofferenza e allo strazio che sta vivendo il popolo ucraino.

Immedesimiamoci nei giovani studenti ucraini che, da un giorno all’altro, hanno visto interrotta la propria vita e distrutti i propri sogni. Cerchiamo di capire come si debba sentire un padre che deve lasciare la propria famiglia, senza avere la certezza di poterla rivedere, per andare a combattere una guerra non sua. Immaginiamo come si debba sentire un bambino che vive nei rifugi antiaerei con il proprio gatto o il proprio cane salvato dalle macerie. Per tutta questa tristezza abbiamo il dovere di porci delle domande e, per quanto possibile, cercare delle risposte.

Che senso ha la guerra? Perché tutta questa sofferenza?

Tommaso Aiello

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