Ogni primavera

Ogni primavera, l’Uomo Nero visitava il villaggio di legno, dove ogni persona viveva in una tenda comunicante con quella del vicino. Una distesa di tende e di persone così vicine, così lontane. Mentre camminava, egli sentiva il peso dei loro sguardi e il vuoto dei loro animi, dai quali sgorgava il niente, niente puro. Se qualcuno ci avesse fatto caso, avrebbe trovato l’uomo nero seduto tra gli scogli più nascosti della spiaggia, rannicchiato, a disegnare maschere di carta. Talvolta con gesto lieve, talvolta con violenza, cercava di formare il colore con l’intensità della sensazione. Talvolta la carta non riusciva a resistere, così si strappava e veniva rapita dal vento. E così l’uomo nero ricominciava, con gesto così lieve da non produrre forse alcun segno sul foglio: cercava di costruire qualcosa di differente. Qualcosa che non somigliasse a se stesso. L’uomo nero era così distante da sentire solo il sottofondo del mare e l’incongruenza del proprio umore con l’azzurro limpido del cielo. Era così distante da sentirsi nel mondo sotterraneo, privato di terra, di radici, di detriti. Uno spazio inconcepibile, senza inizio e senza fine e nemmeno la gravità. Una cosa era certa: l’uomo nero sentiva di doversi rannicchiare e di dover restare in quella esatta posizione, a metà tra il volersi chiudere in se stesso e il volersi schiudere lentamente, in modo indisturbato e anonimo. L’uomo nero era sempre anonimo, ovunque andasse. Una volta disegnate centinaia di maschere di carta, l’uomo nero le abbandonava e tornava nel centro del villaggio. Ogni primavera, l’uomo nero sceglieva sempre la stessa maschera, così finta, così autenticamente emotiva: essa sagomava il suo volto e ne copriva il naso, le labbra e tutti i segni particolari della sua pelle. La maschera era dotata di occhi, solo di occhi. Occhi in bianco e nero, così vivi da evocare il primo abitante della terra. Sembrava quasi che l’uomo potesse vedere come tutti gli altri, ma in una profondità più profonda dell’oceano. Ogni primavera, gli abitanti del villaggio non si accorgevano propriamente della maschera, quanto più del vento che leggermente la sollevava e rivelava quell’innocente menzogna. La vera menzogna, tuttavia, era che l’uomo nero non avrebbe mai visto il modo in cui aveva rappresentato i suoi occhi e nemmeno il probabile colore. Era possibile? Disegnare quegli occhi era come guardare il riflesso nel mare durante quell’anno senza amore. L’uomo nero era la cicatrice bianca in un angolo del volto, così tutti ne avrebbero chiesto l’origine, ma pochi avrebbero capito quanto potesse far male un momento prima, quando era passato. O il pomeriggio prima, quando era passato. O la sera dopo, quando il passato sarebbe entrato con un calcio nel ventre e avrebbe reso confuso ciò che era finalmente nitido. La cosa peggiore era che non avrebbe saputo attribuire nemmeno un colore a quelle giornate. Nemmeno un colore, solo una venatura violacea e verdastra insidiatasi nell’attimo tra il respiro e la consapevolezza. Alla fine, l’uomo nero diveniva trasparente universo, di un leggero abissale da evocare il primo abitante del mondo, che non era bambino e nemmeno animale. Dolcemente condannato, l’uomo nero vagava nella percussione perpetua della riflessione e sospirava. Un sospiro così lieve da risvegliare il primo abitante del mondo.

di Federica Wor Suriano

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