L’uomo nero

“Gli elefanti quando sono felici si nascondono.” Talvolta nella natura alberga un dolce controsenso, insomma, essa nasconde la purezza della luce e si ostina a scaraventarci in un’oscurità malsana. 

Una volta ho conosciuto un uomo sulla quarantina dall’aspetto gracile, egli emanava un’aura armonica, come se i suoi abiti e il suo animo fossero parte di una perfetta composizione artistica e i suoi occhi riflettessero l’essenza simpatetica dei silenzi. 

L’uomo era abituato a nascondersi e, come gli elefanti, si nascondeva nella sua mente, felice e coricato o solo e tormentato. 

L’uomo in questione era un mercante di luce, ma lo chiamavano l’uomo nero. Ne erano tutti spaventati in città, poiché diceva di vendere biglietti luminosi che avrebbero potuto irradiare il mondo. Li stringeva delicatamente tra le dita che, nutrite di vita, si stendevano sul bordo del biglietto. 

Di notte, l’uomo nero correva nudo per i boschi e ad ogni caduta perdeva una scorta di biglietti luminosi e guai a chi li avesse ritrovati. A questi ultimi, era riservata la disgrazia della fugacità del tempo: essi avrebbero vissuto un minuto di felicità assoluta, per poi sprofondare nella più incorruttibile tristezza. 

L’uomo nero era cieco in realtà. Quando correva per i boschi inciampava tra i rami e restava stordito per ore e ore, così diveniva l’uomo giallo. Così lo chiamarono i pochi passanti che ricevevano solo la luce per la luce, anche quando sarebbe stato giusto regalare buio o il nulla. 

Un giorno l’uomo stava correndo per i boschi e si scontrò con qualcuno. Qualcuno gli chiese il motivo per il quale stesse correndo, così il mercante decise di spiegarglielo: “Corro perché solo così posso percepire i colori”. 

Qualcuno sussurrò il suo nome senza saperlo, forse qualcuno era Qualcosa o chissà. Ecco che all’uomo viene chiesto di spiegare i colori e così egli si esprime: “Vedo rosso, quando corro e sanguino. Vedo rosso, quando amo e perdo. Vedo rosso, quando il sole è languido e l’estate asfissiante. 

Vedo rosso perché rosso è il dolore del mondo e rossa è la crepa nel cielo, il confine tra giustizia e libertà. Non solo vedo rosso, ma lo sento fin dentro le ossa e vivo e canto col rosso in testa. Rosso come il sangue che mi ostino a far scivolare quando l’àncora del mio bacino sprofonda idealmente sotto le radici degli alberi.” 

Quel Qualcuno rimase strabiliato e fece notare all’uomo che aveva descritto così dettagliatamente qualcosa che non può vedere. Qualcuno non vedeva nulla, anche se Qualcuno possedeva la vista. 

Così il mercante riprese a correre, questa volta fermandosi di scatto talvolta, per sentite il cuore battere e stendersi nel bosco, per poi percuotere una pietra con un legnetto e osservare le coreografie delle nuvole.

E questo era il grigio. 

Vedeva grigio il destino, grigi i palazzi e le strade. Grigia la società nella quale era costretto a muoversi e grigia era quella malinconia che lo accarezzava. Seducente e rivelatrice, Grigio era una donna infranta. 

Ella sfiorava l’uomo in ogni momento e poi lasciava che sfiorisse. Grigia era la sfortuna che danzava su armonie tristi. Grigio era il taglio nella tela, l’attenzione mancante. Il mattino dopo, l’uomo stava lavorando ad un dipinto, nella sua stanza. La stanza era completamente bianca, ma egli vedeva tutto nero e c’erano solo ombre di pietra che talvolta apparivano. Il mercante di luce sfilò la propria tavoletta e accostò alla tela dei colori. Nero era il suo umore e nero fu sullo schermo della sua vita. Nero era il colore assente che con mano sfiorava quando dormiva. Nero il sogno, nero i suoi occhi, indagati dalla legge naturale per una purezza indicibile. Nera era la poesia, poiché in essa convergevano amore, dolore e morte. Nero, adolescente impetuoso e impertinente, furbo e assente. Nero catartico che diveniva rifugio dal mondo. Nero come le ombre che gli stringevano il collo e con le quali conversava, combatteva e amava. Nero era l’amore sfumato dalle giornate più tetre e nera. Non era la morte: questa era per il mercante lo spettacolo di un mago che urlava :”Viva la vita”.

Federica Wor Suriano

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