Oltre questa siepe: le voci di Jamila

Jamila – foto di Giulia Bersani

Jamila Kasraoui, in arte Jamila, è la cantante fiorentina di Scandicci. Sin da giovanissima si addentra nel mondo della musica e pubblica il suo primo album Ego, autoprodotto, alla sola età di 17 anni. Dall’incontro con Ferramenta Dischi nasce l’album Frammenti, rilasciato a novembre del 2021.

Da dove è nata la passione per la musica? Racconta uno dei primi ricordi che hai legati al tuo primo strumento.

Mi piace dire con un’espressione iperbolica che il primo suono a cui sono legata è il battito del cuore di mia madre. 

A livello pratico, invece, ho conosciuto la musica con la batteria per imparare le ritmiche, poi con il pianoforte e infine ho iniziato e continuato a suonare la chitarra. Il primo rapporto viscerale con i suoni è stato all’età di 14/15 anni, quando ero circondata da freestyler e da altri artisti, così sono nati i primi testi che mi hanno ispirata e motivata a coltivare la musica ad un livello più spirituale.

In che anno è uscito il tuo primo singolo?

Spesso di me non si ricorda che ho avuto una vita musicale prima di Ferramenta Dischi, per cui si tende ad associare come mio primo singolo La dottrina delle piccole cose (https://youtu.be/3x4jNaAOCus) (2020), bisogna invece tenere presente Periferia (https://www.youtube.com/watch?v=udOVw5v-KVE) (2021), scritto quando avevo 16 anni.  

La band Rage against the machine cantava “Killing in the name” per denunciare l’appartenenza delle Forze dell’ordine al KuKluxKlan, quindi veniva veicolato un messaggio politico attraverso la musica. In “Giovani che scalpitano a letto” volevi porre una critica alla società, lanciare un messaggio politico o volevi indagare sulle dinamiche interiori dell’essere umano, sul modo di stare al mondo?

L’intenzione era di fare entrambe le cose. In generale, i miei testi nascono dall’esigenza di scavarsi dentro, però in Giovani che scalpitano a letto effettivamente ho cercato di dare un messaggio ulteriore: scardinare il tabù della sessualità, della fluidità sessuale. Volutamente sulla copertina del disco ci sono tante persone in intimo che si abbracciano su un unico materasso, è un’immagine che avrei voluto rendere ancora più provocatoria, presentando le persone nude, solo che per una serie di motivi non è stato possibile. Con il testo poi ho cercato di portare alla luce l’oppressione dei giovani di tutte le età, quindi si può scorgere il lato più introspettivo. 

Che significato ha il mare per te.

Dentro il mare di Viareggio ho avuto la prima volta una connessione con gli elementi, una connessione spirituale, in occasione di un viaggio con i miei vecchi compagni di scuola. Ho imparato a nuotare all’età di 3 anni, quindi direi che ho sempre nutrito una specie di desiderio inconscio per le acque. Negli ultimi anni questo rapporto si è accentuato, infatti faccio il bagno almeno in topless per percepire quella sensazione di nascita che traspare dal mare. A quel punto è come se fluttuassi nel liquido amniotico e quindi direi che il mio rapporto con il mare è viscerale, nel senso che nelle viscere risiede la maggior parte della nostra acqua vitale.  

“La speranza sta in chi nuota in fondo al mare aperto

In chi non chiude la porta, ma c’ha il cuore infranto

E non lascia mai fuggire neanche un solo canto

Di chi con i brividi lancia urla di ghiaccio”

Questa è la tua Storia?

Non solo. Questa storia nasce da un verso scritto di sera, mentre tornavo dal mare. Per il resto ho avuto una specie di depersonalizzazione, per cui ricordo solo le dita che scorrevano sul telefono, ma non quali pensieri andassero a generare quelle parole. Per cui, non c’è un evento particolare a cui è legata questa Storia (https://www.youtube.com/watch?v=MgjwB5wN17Q), anche se molto spesso mi capita di ritrovare le esperienze che vivo in un determinato momento in cose che ho scritto precedentemente. Questa è la storia di molte persone che ho avuto vicino a me, di chi nonostante si trovi in situazioni molto difficili della propria vita riesce a mantenere l’empatia e la ricchezza di amore. Al contrario, succede che quando un essere umano soffre, va incontro ad una specie di odio universale, ad un’apatia generale ed è difficile mantenere la purezza del bene. In particolare, quando dico che la speranza sta in chi nuota in fondo al mare aperto, intendo riferirmi sia alle persone che non hanno paura di esplorarsi, sia alla gente che pur essendo in difficoltà in quel mare continua ad acchiappare tutto ciò che deriva dall’esterno. Questa non è nemmeno troppo la mia Storia, perché prima di imparare a raccogliere le urla di ghiaccio delle persone intorno a me ci ho messo molto tempo. Questa è la Storia delle persone che salveranno il mondo. 

Con quali artisti ti piacerebbe collaborare e perché? C’è un legame anche meta-musicale?

Un po’ di tempo fa avrei detto Mannarino, ad esempio nel brano “La Frontiera” rievoca quell’immagine dei soldati che vogliono sparare a due esseri umani che stanno scappando da una situazione, i quali rimangono impassibili all’atto dell’amore perché pensano che sia morte. Per me questo è un messaggio al livello di De André, quindi rivoluzionario. Tuttavia, ho rivalutato la persona di Mannarino attraverso testimonianze dirette, per questo forse dicono che persona e artista dovrebbero essere valutati separatamente, ma personalmente non sempre ci riesco. Probabilmente, mi piacerebbe collaborare con i The Lumineers o Danit, ma la verità è che non ho molti idoli. Se fosse ancora vivo direi Pino Daniele.

Qual è la tua opinione sulla discriminazione delle donne nel mondo musicale?

Ad esempio, le musiciste che ambiscono al ruolo di orchestrali sono penalizzate già in fase di audizione. Una delle soluzioni prospettate per superare i pregiudizi è quella della “blind audition” (audizioni cieche): le performance si svolgono dietro un pannello per impedire alle commissioni di essere influenzate dal genere dell’artista. Guardando ai dati statistici, lo studio “Orchestrating Impartiality” realizzato nel 2000, ha dimostrato come le opportunità per le donne di essere assunte come orchestrali salgono del 25% se partecipano a una blind audition.

Tutto questo è assurdo, perché nel caso concreto ciò che potrebbe togliere la disparità di genere è qualcosa che va ad evitare alle persone di sbagliare comportamento, invece la soluzione non dovrebbe essere nascondere il genere della persona, bensì selezionare giudici imparziali. Qualche giorno fa ho visto un’intervista di Giorgieness per la rivista Billboard, dove ha riportato varie cose che le sono state dette, la cui linea generale è che la donna viene reputata INCAPACE di essere indipendente, INCAPACE di emanciparsi realmente in completa autonomia, soprattutto viene valutata come INCAPACE. Secondo l’industria musicale, se la donna non è vendibile, non può fare tanta strada. Mi ha ispirato tantissimo perché ha invitato tutte le artiste a conquistare la loro indipendenza, imparando ad esempio ad utilizzare i cavi, a gestire i social, ecc. È come se mi avesse dato una lente ulteriore per vedere la discriminazione intorno a me perché la disparità non avviene solo ai piani alti, ma può avvenire anche nell’ambito della propria etichetta. Fortunatamente, nel mio caso non ho trovato persone ignoranti sotto questo punto di vista, tuttavia nemmeno militanti e questo mi ha fatto sentire sola in una battaglia contro il mondo. Proiettandomi nella realtà fattuale, sono spaventata quando giro per strada, negli autobus, ma anche e soprattutto per il modo in cui funziona il mondo della musica. Nonostante si pensi erroneamente che sia un ambiente libero, quasi etereo, dove si vivono le passioni e si condivide l’arte, in realtà c’è tanto schifo. Personalmente, non sono pronta a vivere un ambiente che vede la donna oggettificata, dove per giustificare la discriminazione viene usata l’espressione “Non te la prendere, questa persona ci serve”. Ad esempio, negli ultimi mesi abbiamo lavorato con una persona conosciuta nell’ambiente della musica e mi ha abbracciata, toccandomi anche i fianchi quelle volte in cui ci siamo visti, a quel punto io non ce l’ho fatta a stargli accanto perché mi sono sentita violata da quel contatto. Ho deciso di parlarne con i ragazzi della mia etichetta e fortunatamente non mi è arrivato un “non te la prendere”, ma ho avuto paura. Sicuramente ho paura, ma voglio continuare a dire la mia perché non sono pronta ad affrontare qualcuno che non sa interfacciarsi con questi argomenti, infatti tendo ad avere nella mia cerchia intima persone che siano attive socialmente perché penso che il femminismo si crei con la rete. In altri termini, cerco nel mio piccolo ciò che per forza maggiore non posso avere nel mondo esterno. 

È scientificamente provato il legame che sussiste tra musica e natura, soprattutto per la capacità di quest’ultima di creare silenzio e tranquillità. Qual è il tuo rapporto con la natura? Dove trovi l’ispirazione di solito?

Il mio rapporto con la natura è molto profondo, al punto che potrei dirti che sono una scimmia, un elfo, perché sento di non appartenere a queste mura, a questa città. Nella mia memoria emotiva sono nata in un posto dove tutto il mondo si è sviluppato in simbiosi e nel rispetto della natura, quindi banalmente non esistono nemmeno strade di cemento. Ad oggi sembra quasi impensabile vivere in questo modo, ad esempio pensiamo al caso estremo in cui debba passare un’ambulanza: l’utilità di avere delle strade cementate appare evidente, eppure prima della medicina istituzionale, e ancora oggi nelle tribù indigene, esistevano ed esistono le curatrici e i curatori per far fronte al problema, tanto per fare un esempio. Questo può far comprendere quanto io sia in simbiosi con la natura, perché poi con gli alberi ci parlo, chiedo il permesso prima di poterci salire, mi sfogo con il mare che mi accoglie. La natura è anche la forza che mi avvicina al mio essere umana, infatti spesso ripenso alle reazioni chimiche che avvengono all’interno nel nostro cervello che sono simili a quelle di altri animali e resto sempre incantata da questa specie di simpatia universale. Tuttavia, anche se non sento di appartenere a questo mondo, ho vissuto per anni in una casa dove c’era sempre traffico ed ero disturbata proprio dal rumore delle automobili che transitavano. Anche i primi suoni che ho sentito dopo la nascita sono stati quelli di un paese di montagna, però la contrapposizione tra dove vorrei vivere e dove vivo mi porta a considerare il rumore come qualcosa che mi porta ricchezza. L’ispirazione la trovo ovunque proprio perché la natura mi ha insegnato a fare così e direi che non si tratta propriamente di ispirazione, quanto di avere spazio, silenzio e tempo per far fruire i pensieri.

Quali sono i tre singoli e i tre album che ti hanno cambiato la vita?

Non penso che esistano canzoni che mi abbiano cambiato la vita, piuttosto direi che la musica è riuscita a farlo. Ad ogni modo, ricordo dei brani che mi hanno donato una nuova prospettiva, un nuovo modo di vedere la realtà. 

Il primo singolo è di Rob Viktum e si intitola “4/17/1975” (https://youtu.be/7uhYYnf7kUw). Qui risiedono delle emozioni che ho in qualche modo intrappolato al suo interno. 

Poi direi sicuramente “Il cerchio della vita” di Ivana Spagna, la colonna sonora del Re Leone (https://youtu.be/PnvnjdgGxbE).

Vagabond di Caamp (https://youtu.be/9ZX_okrh5mU), una canzone che attualmente mi distrugge perché è legata al ricordo di un’amicizia che ho chiuso da non troppo tempo. 

Per gli album direi Anagnorisis di Asaf Avidan (https://youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_l3DAmenFdQwOcEGAcTsFojwFvPe5ZwiSQ), un album a cui sono legata perché mi ricorda il secondo bacio con la mia attuale compagna, visto che l’abbiamo ascoltato prima di farlo; l’album di Yann Tiersen “Le Fabuleux destin d’Amélie Poulain” (https://youtube.com/playlist?list=OLAK5uy_lmQQgG50xt5GkVn8xwT1kq_b4a79dOQpo), tratto dal film, e infine “Plaisirs d’amour” di René Aubry (https://youtu.be/zwgQOKcmU5w).

di Federica Wor Suriano

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