Quei bravi ragazzi degli “Aliens Stole My Cat”

Chi sono gli Aliens stole my cat? Raccontatemi la vostra storia, gli aneddoti migliori.

Lorenzo: Io sono Lorenzo Castellucci, batteria e percussioni. Enrico Signore cura la parte di produzione e arrangiamenti, come una figura più da producer. Poi alle prove rivediamo le canzoni tutti insieme. Marco Leggio invece è subentrato in un secondo momento dopo che io ed Enrico abbiamo registrato nel suo studio intorno al 2015/2016. 

Marco: È successo che, siccome a me il progetto è piaciuto registrarlo perché avevano il loro stile e volevo fare qualcosa, ho chiesto se era possibile entrare e partecipare al progetto. Io quindi suono il basso, ma si è cercato di fare una cosa un po’ particolare. Utilizzare il basso synth, però non con l’idea di suonarlo fisicamente sulla tastiera, un po’ perché non mi riusciva e un po’ perché sarebbe stato banale, allora si è fatto in modo di mantenere lo strumento di basso acustico convertito in note suonate poi da un sintetizzatore.

Enrico: In sostanza un basso acustico che è stato modificato con dei pickup particolari. Quindi vedi Marco che suona un basso vero ma dietro ci senti suoni di synth. 

Enrico: Era il 2015, io ero fare una jam con degli amici e ci beccai il Caste (Lorenzo ndr) che mi disse così, dal nulla “Ma se facessimo un gruppo elettronico? “, e io “Certo, mi sto buttando anche io sull’elettronica”. Ci siamo trovati noi due per un periodo a fare roba.

Lorenzo: Marco, che all’epoca aveva il suo studio ha curato la parte di registrazione di “George”. Poi anche lui era preso bene, l’apporto che diede a quell’EP fu importante e da lì divenne il terzo membro.

C’è qualcosa e vi lega particolarmente e da cosa dipende?

E: A mio avviso è proprio l’ascolto musicale e la scelta della direzione in cui si voleva andare. Poi siamo passati tutti dall’elettronica ad un certo punto e ci siamo trovati. Eravamo tutti nello stesso giro di ascolti e penso ci abbia legato fondamentalmente il gusto verso alcune cose rispetto ad altre.

L: Diciamo che la grande fortuna è che ci conoscevamo già da prima nel giro musicale e la cosa bella è stata trovare subito questo feeling.  Non imporsi dei paletti stilistici, ma di imporli allo stesso tempo a livello di studio, scrivendo delle canzoni in un genere e con degli strumenti che non erano consueti. Quindi sia la modalità di scrittura che la modalità delle prove ce la siamo reinventata. 

E: Era anche un periodo in cui ci ascoltavamo un sacco di roba quasi di ‘nicchia’ proprio perché ci piaceva molto della musica fuori dal classico schema di band che era presente nelle realtà vicine.

L: Volevamo fare una cosa diversa rispetto alla garage band classica, ovvero doppia chitarra, basso, batteria e voce. L’idea era di uno studio musicale e di fare ricerca.

E: Io venivo da una situazione dove suonavo la batteria in vari progetti e gruppi rock, il Caste (Lorenzo ndr) ha sempre militato come batterista puro in un botto di progetti, Marco suonava anche lui il basso con un approccio “rock”. Ci si è detto di uscire un po’ da da questo schema classico e cercare qualcosa di nuovo. 

M: Ritornando all’origine della domanda, la cosa che ci accomunava di più è stata l’odio per le chitarre (ride ndr). Facciamo una cosa senza chitarre. 

L: Quindi c’era da scegliere: o si mettono due batterie o due chitarre e abbiamo scelto due batterie. 

Da quanto suonate e come avete cominciato?

E: Io a suonare ho iniziato quindicenne nel garage con i miei amici, in pieno stile punk, ho avuto un gruppo nel Valdarnese di rock/elettronico e successivamente ho fatto vari progetti, ho perso il conto. 

M: Io vengo da anni di cover band: eravamo presi bene per la progressive anni ’70. Poi un po’ Math ossessivo alienante tipo ZU dove la formazione era batteria e basso, synth e voce. Era comunque una cosa abbastanza distorta e tutti, penso, veniamo da quel mondo lì. 

L: Ho iniziato con la batteria da ragazzino, poi ci ho studiato sopra e ho suonato in tante band e progetti a chiamata, venivo da un periodo di stop e volevo rimettermi a suonare qualcosa di mio,  ma anche mettermi a studiare. È nato così, trovai il Signo (Enrico ndr) nel 2015, anche lui era fuori dai progetti e si partì con gli ASMC.

Quali sono i vostri generi e artisti musicali dell’infanzia?

L: Le più grandi “sbebem” di musica le ho prese in faccia dai Genesis, la fusion degli Weather Report. Io vengo da un contesto blues, funk e jazz (Ma jazz ditelo piano in giro!). Poi negli anni tanto rock e Math.

M: Io ho iniziato con l’hard rock, Black Sabbath, Led Zeppelin, Deep Purple. E dopo il periodo hard rock è scattato il periodo progressive, quindi i Genesis. Sono andato verso una direzione più moderna, con la quale il progressive aveva un nesso però, tipo Battles e ZU. Senti i tempi strani e la vedi la voglia di fare delle cose che non siano pop. Dopo il periodo progressive ho messo una pietra sopra agli anni ’70. Artisti recenti veramente belli sono gli Alt-J, che comunque sono davvero degni di nota; e poi tutta l’elettronica. Però sai l’elettronica è un po’ di passaggio, diciamo che l’artista non ti rimane così addosso come ti può rimanere una band di quelle “vecchie”. Per fartela breve, la storia è questa: Black Sabbath, Genesis, Alt-J.

E: Io invece cose più easy, a 15 anni ho iniziato con il grunge purissimo dei Nirvana. Poi un sacco di punk, gruppi tipo Clash, Nofx, Rancid, ero proprio punkabbestia! Anche i primi Green Day (non quelli commerciali, quelli di Dookie e Nimrod). Poi ho iniziato ad ascoltare Noyz Narcos, Truceklan e un sacco di Hip Hop, in questi ascolti ho ritrovato suoni diversi dal classico rock, e mi sono avvicinato cosi all’elettronica, quindi Daft Punk su tutto, Justice, James Blake, Bon Iver e i Moderat.

Marco e Lorenzo: I Daft Punk cazzo, come s’è fatto a scordarsi di loro!

Com’è nato “George” e di cosa parla?

M: “George” è stato il primo mini disco in cui eravamo solo in due e Marco dietro la produzione. E’ stato uno studio totale da parte mia e del Signo (Enrico ndr) per capire proprio che strada battere. Per me è stato uno studio tecnico: praticamente ho riaperto vecchi libri per cercare delle cose particolari, perché come suonavo io non era efficace, non era quello che serviva al progetto. Perciò mi è servito cambiare approccio. 

E: C’era un ragazzo che si chiamava George, durante una jam session, e ci disse che una canzone che stavamo facendo gli piaceva tantissimo, gli prendeva bene, e cosi abbiamo chiamato il disco “George”.

Sento pezzi synth wave ed elettronica, avete spaziato. Che aspettative e che programmi avete per il futuro?

E: Oltre a tutta la roba strana che uno può sentire sulle varie piattaforme, Soundcloud, Spotify Youtube, vorremo fare sicuramente dei live, perché abbiamo fatto solo due concerti prima che scoppiasse la pandemia. I feedback che c’erano arrivati erano positivi ed è quello che vorremmo portare avanti, l’approccio al live. È l’idea di  un gruppo che fa musica elettronica ma suonata. Così anche chi non ne capisce di musica elettronica, di campionatori e di sequenze, a livello visivo vede una cosa che forse non è tanto banale. 

L: Il live inteso come band e come calore che può dare ad un pubblico. 

E: Per noi è stata molto difficile la preparazione dei live, cercare di fare uscire le canzoni come erano studiate e lavorate in studio, e di ritrasformarle nel momento del live.

M: Si cerca di sviluppare un pezzo con armonia, una melodia e la ricerca di uno sviluppo da canzone “normale” piuttosto che da pezzo elettronico o da dancehall, secondo lo schema intro, drop, variazione e fine. In un genere elettronico (un po’ improbabile) si è cercato “dell’innovazione” e fare un pezzo con struttura più “classica”, tipo strofa, ritornello, strofa, fine, ma con degli strumenti alternativi provenienti dal mondo dell’elettronica.

L: Il nostro progetto era di smussare ancora i pezzi, renderli più piacevoli, più eleganti; quindi i piani sono di lavorare sui pezzi, magari farne di nuovi e quando si potrà suonare live lo faremo. 

M: Se le senti le nostre canzoni magari non capisci che ci sono tre persone che stanno suonando, quindi il live è un valore aggiunto. Anche per questo non abbiamo puntato tanto sulla produzione in studio, non ci siamo messi a infiocchettare perfettamente i pezzi e a fare una super produzione perché alla fine non è quello il nostro obiettivo. Il nostro obiettivo è portarli fuori e far vedere e ascoltare dal vivo. Il fatto che siano elettronici e sintetici, potrebbe far pensare che siano semplicemente fatti al computer.

E: Nel finale di Marco c’è un po’ di tristezza, ma non si molla e cerchiamo di lavorare sempre avanti in attesa di tempi migliori.  Adesso poi sono uscite altre quattro canzoni fatte nel periodo di lockdown, il disco si chiama “Quarantine Audio/Video” su Spotify. Presto uscirà anche una parte video legata al progetto. Un cortometraggio che racconta le canzoni che ho realizzato tra il 2019/2021 per presentare queste quattro canzoni in modo diverso.  

Album e canzoni che vi hanno segnato molto l’esistenza

“22, A Million” (https://www.youtube.com/watch?v=JTeZuIbj1y0&list=PLZqsyBiYZFQ0XawAlm1ODbtIDXMJflHw4) di Bon Iver

“Black Sands” (https://www.youtube.com/watch?v=U1Uq1hQZOWE&list=PLa0UJZ9kXBycrE2nQLI_H4ddLSZ-bkHpq) di Bonobo

“Led Zeppelin II” (https://www.youtube.com/watch?v=7T4LnsuB9Ms) di Led Zeppelin

“Homework” (https://www.youtube.com/watch?v=Y_9p_dT3JpM) di Daft Punk

Intervista di Aldo Dushi, a cura di Lorenzo “Yuri” Pietragalla.

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