Parlando di cinema, il Postmodernissimo di Perugia



Alle sale è affidato un compito vitale per la sopravvivenza dell’arte cinematografica, coltivare un pubblico nuovo fatto di giovani, oggi più che mai bisognosi di una guida esperta nel mare dell’offerta pressoché infinita presente sul web

Ivan Frenguelli, socio e fondatore del cinema Post Modernissimo, ci ha raccontato della multisala nel centro di Perugia e del lavoro dell’esercente cinematografico, delle difficoltà affrontate nel corso della pandemia, del rapporto con i distributori e soprattutto dei loro progetti, delle rassegne e delle arene estive con un occhio al futuro, alle piattaforme di streaming e al destino della sala. 

Cosa significa fare cultura oggi nel nostro paese al di fuori delle grandi catene? Come coniugare una dimensione culturale internazionale ed europea con una grande conoscenza e consapevolezza del proprio pubblico e del proprio territorio? Come costruire un dialogo con gli spettatori che sia attivo e partecipato? Insomma, qual è il ruolo del cinema e delle sale oggi? 

In cosa consiste il lavoro dell’esercente cinematografico?

Mi sento un grande privilegiato a fare questo lavoro. Al di là del proiettare film e staccare biglietti in cassa, ciò che dovrebbero fare gli esercenti e che spesso non fanno, è andare ai festival. Lì ci si rende conto di quelle che saranno le uscite per stagione in corso e per la successiva. Bisogna poi contattare le agenzie territoriali ed è un lavoro che si fa al telefono. L’Italia è divisa in capizona, noi lavoriamo con il capozona di Roma poichè l’Umbria è una delle poche regioni a non averne. La parte sud-ovest della regione fa riferimento a Roma, l’est ad Ancona e il nord a Firenze. Ogni lunedì mattina telefoniamo alle varie agenzie che fanno da intermediarie tra noi e le grandi distribuzioni e da lì si procede con la contrattazione. Più che sul prezzo si contratta sulle teniture, il distributore solitamente chiede di mantenere il film in sala per quattro o cinque settimane, spesso fino ad otto, e noi a quel punto ragioniamo sul nostro pubblico. 

Il contatto con le distribuzioni indipendenti è la parte meno convenzionale del nostro lavoro anche se negli ultimi anni sta prendendo sempre più piede. Si tratta di piccoli distributori con pochi dipendenti, solitamente due o tre, che fanno uscire tra i cinque e i sette titoli l’anno. Con loro riusciamo ad avere un rapporto più diretto e solitamente la contrattazione si concentra sul prezzo. Noi esercenti guadagniamo dalle percentuali, per la prima settimana il distributore richiede il 50% del nettissimo, nella seconda il 48% e così a scalare. 

Avendo tre sale possiamo garantire teniture più lunghe e di conseguenza percentuali più basse, permettendo un lavoro di profondità mantenendo il film per molto tempo in sala sia per le major che per le distribuzioni indipendenti, così che anche opere con un ridotto batage pubblicitario riescano ad attirare il pubblico tramite il passaparola. È successo che un film, alla seconda o terza settimana lavorasse più che nella prima settimana. 

Preferite lavorare con la piccola o la grande distribuzione?

Si tratta principalmente di un rapporto umano, tanti distributori negli anni sono diventati nostri amici, ad esempio abbiamo instaurato un bel rapporto con Letizia Gatti della Reading Bloom, una piccola distribuzione torinese con cui collaboriamo da qualche anno, ci sentiamo al telefono anche soltanto per scambiare due chiacchiere. È raro avere un contatto diretto con le grandi distribuzioni, con loro spesso si parla tramite degli agenti. Le piccole distribuzioni permettono anche più libertà di movimento, le agenzie tentano di imporsi, vogliono che il film esca in data o debba restare in sala per tot settimane mentre le piccole distribuzioni si fidano della nostra conoscenza capillare del pubblico e del territorio e, ovviamente, delle capacità delle nostre sale. 

Come avete affrontato la chiusura dovuto al lockdown?

Il primo lockdown è stato traumatico. Si era aperta un’ottima annata, uscivano molti film e il pubblico rispondeva bene. Abbiamo ricevuto piuttosto in fretta i ristori dal Mibact a differenza di altri tipi di esercizi che hanno dovuto aspettare molto. Il problema si è presentato alla riapertura a causa della mancanza di film da proiettare. A mio parere le catene di multisala hanno fatto pressione sulle distribuzioni affinché non venissero “bruciate” in quel momento le grandi uscite. Per affrontare la carenza di titoli e le restrizioni e visto l’arrivo della bella stagione ci siamo concentrati sulla programmazione del cinema all’aperto che permette maggiori libertà. 

In quel periodo non siete passati alla proiezione in streaming?

Durante il lockdown da subito abbiamo chiesto ad amici registi e distributori i permessi per caricare gratuitamente i loro titoli in streaming su una sezione del nostro sito chiamata “A distanza”, ottenendo in tutto una trentina di film. Visto il grande riscontro di pubblico abbiamo anche avviato una serie di incontri settimanali online con registi e critici, tra cui il maestro Marco Bellocchio che tramite il suo produttore aveva messo a disposizione due cortometraggi realizzati con i suoi studenti della scuola di Bobbio per il Primo Maggio. Alla seconda chiusura abbiamo ripreso la programmazione streaming in collaborazione con altre sale come il Beltrade di Milano, l’Iris di Messina, il Margherita, lo Stensen e altri ancora. Abbiamo partecipato a delle riunioni preparatorie per creare una piattaforma di cinema indipendente autogestita dalle sale. Abbiamo deciso di chiamarla 1895.cloud ed è ancora attiva. Ha vendite non comparabili con gli ingressi della sala ma in quei mesi ha registrato un buon successo.

La diffusione delle piattaforme di streaming ha cambiato l’esperienza della fruizione in sala, è possibile una convivenza pacifica tra sala e streaming? 

A mio parere lo streaming non sostituirà mai la sala, la visione casalinga è un’esperienza del tutto differente. Le uscite su Netflix o Prime Video anche se in prima visione non sono un problema per noi, si rivolgono ad un mercato parallelo. Per quanto mi riguarda più le persone guardano film e più cresce la voglia di andare in sala, è il principio della pesca a strascico, qualcosa tiri su prima o poi.

Credo sia indicativa l’esperienza di The Irishman, una grande uscita di un grande regista (Martin Scorse, ndr) praticamente in contemporanea sia in sala che su piattaforma. Abbiamo partecipato a diverse riunioni con gli altri esercenti umbri e da principio sembrava che fossimo tutti favorevoli a non programmare il film ma alla fine siamo arrivati alla soluzione opposta. Il film è uscito nelle sale di tutta l’Umbria con un biglietto di dieci euro ed è andata molto bene nonostante il prezzo medio sia di cinque euro. 

Lo streaming non è un problema, non sta sostituendo la sala ma il vecchio home video. Anche quando arrivarono le catene di videonoleggio si piangeva la fine del cinema, eppure dopo anni Blockbuster ha chiuso e noi siamo ancora qui. 

Si sta sviluppando un fenomeno nuovo e parallelo, ci sono persone che non avrebbero mai messo piede in una sala che si stanno appassionando al cinema grazie allo streaming. È anche vero che le piattaforme stanno sviluppando dei contenuti ad hoc, film realizzati appositamente per la distribuzione online, un’evoluzione di quelli che erano i film per la televisione. 

Non esiste il rischio che si crei una scissione tra una nicchia di cinefili che frequentano le sale e un pubblico generalista che vive di streaming? 

È sempre esistita una parte di pubblico che non frequenta e non è interessata alla sala, che va al cinema una o due volte l’anno per vedere Checco Zalone o qualche grande uscita. Lo ripeto, non c’è un travaso di pubblico, lo streaming impigrisce lo spettatore già pigro e solo una minima parte di cinefili affezionati. 

Che rapporto avete con il vostro pubblico e più in generale con la città di Perugia?

Noi abbiamo, come qualsiasi altro esercizio aperto al pubblico, uno zoccolo duro di spettatori che si fidano di noi e della nostra programmazione e una parte meno attenta attratta esclusivamente dai grandi titoli. Il nostro lavoro consiste nel portare gli spettatori occasionali a frequentare sempre più la sala. Io stesso cerco di orientare le loro scelte, spesso quando si fermano al nostro bar parlo con loro, chiedo dei loro gusti cinematografici, consiglio cosa vedere e quando. È un lavoro da fare uno per uno, spettatore per spettatore. Il nostro zoccolo duro nel tempo è diventato anche parte attiva, ormai ci consigliano film da proiettare o ci indicano qualche associazione con la quale organizzare una serata tematica di documentari. Lavoriamo molto con le scuole ed i docenti e siamo così riusciti ad abbassare sensibilmente l’età media del pubblico in sala. Alcuni studenti del Liceo Scientifico si sono appassionati e abbiamo instaurato con loro un dialogo attivo che ha portato ad un progetto di collaborazione. Ogni sabato mattina lasciavamo a loro disposizione una sala e la libertà di scegliere autonomamente cosa vedere dal nostro catalogo. L’idea ha avuto successo al punto da attirare un pubblico più vasto che veniva appositamente per le proiezioni mattutine dei liceali. 

Per quanto riguarda il lavoro estivo con le arene?

Negli ultimi due anni abbiamo lavorato con gli altri cinema del centro per organizzare un’arena del cinema itinerante nei quartieri più periferici, una a Ponte San Giovanni, il quartiere più popoloso di Perugia. Ancora prima organizzavamo una rassegna di dieci giorni e ogni sera proponevamo incontri con gli autori. 

Il successo di un’arena dipende dal luogo, dalla grandezza e dall’investimento che c’è alle spalle. Si tratta di un lavoro molto costoso che necessita grandi investimenti tecnici ed economici. Per garantire la sostenibilità finanziaria e di pubblico più è grande l’arena più i film proiettati dovranno essere commerciali. Nelle piccole arene è possibile presentare un cinema più ricercato e di nicchia. Il nostro è il secondo caso, ci siamo limitati a proiezioni con non più di novanta posti a sedere. 

Come vedi il futuro delle piccole sale?

Credo che, nel caso in cui non dovessero esserci nuove chiusure, andremo in contro ad un’ottima stagione cinematografica che raccoglierà i film prodotti negli ultimi due anni che stanno per uscire, questa è un’ottima notizia per le realtà come la nostra. Sarà più problematico per i multisala, il loro pubblico di riferimento, già solitamente più pigro e incostante, si è abituato allo streaming durante il lockdown e difficilmente ritroverà la spinta per tornare al cinema.

Bisogna anche considerare che una serata al multisala può rivelarsi più costosa di quanto non si creda per gli spettatori, bisogna arrivare in zone spesso periferiche o industriali in auto e tra benzina, parcheggio, biglietti e spesso l’acquisto di popcorn o simili si arriva ad una spesa che non può competere con l’abbonamento ad una qualsiasi piattaforma di streaming che permette di accedere ad un grande catalogo di film da casa spendendo una decina di euro al mese.

Come vi organizzate per le rassegne?

Facciamo un grande lavoro di incontro con gli autori, almeno due volte al mese ospitiamo registi che vogliono presentare le loro opere andando da grandi nomi come Nanni Moretti e Marco Bellocchio fino ad autori sconosciuti ai più in cerca di occasioni di visibilità per le loro opere indipendenti e il pubblico apprezza molto la possibilità di confrontarsi con loro.

Ogni lunedì proponiamo una selezione di film scelti per autore, anno d’uscita o paese di provenienza sempre presentata da qualcuno che introduca alla visione, che sia un critico o un esperto del tema trattato. 

Non ci credevo ma i cicli monografici hanno attirato tantissimi giovani. Per la prima rassegna scegliemmo Tarkovskij, l’età media del pubblico in sala era sotto i trent’anni e per la successiva su David Lynch ci trovammo addirittura costretti a raddoppiare il numero di spettacoli vista l’enorme richiesta del pubblico. 

Non temi che in futuro le sale cinematografiche possano fare la fine dei teatri, con biglietti molto costosi e un pubblico di nicchia?

Il rischio esiste ma bisogna considerare che i costi molto alti del teatro dipendono dalle grandi spese necessarie per il mantenimento delle maestranze. Per garantire prezzi calmierati bisognerebbe ragionare sulle sovvenzioni dello stato, come si fa per i teatri stabili. Ci sono molti paesi che hanno fatto scelte simili. Ad esempio, grazie ad Europa Cinema, il network di sale europeo di cui facciamo parte, abbiamo avuto la possibilità di partecipare ad uno scambio culturale tra esercenti. Vennero a trovarci dei ragazzi dalla Repubblica Ceca e rimasero sconvolti dal fatto che fossimo solamente in quattro a gestire tre sale, il bar, la biglietteria, le pagine web e i rapporti con i distributori mentre loro, con una sala delle stesse dimensioni erano in sedici. Il loro era un cinema pubblico gestito dal comune e loro, di conseguenza, erano tutti dipendenti pubblici. La continua paura di non riuscire a riempire la sala ogni sera non aiuta certamente l’offerta culturale. 

L’immagine che appare dalle parole di Ivan è complessa da analizzare, quasi caotica, come è complesso e caotico il mondo del cinema. L’esercenza, nell’articolato rapporto con la produzione e soprattutto con la distribuzione, costituisce la parte finale di una catena delicata. Il suo ruolo, se svolto adeguatamente, non si riduce alla mera vendita dei biglietti ma dovrebbe cercare di mantenere, stimolare e incentivare il pubblico locale. Alle sale è affidato un compito vitale per la sopravvivenza dell’arte cinematografica, coltivare un pubblico nuovo fatto di giovani, oggi più che mai bisognosi di una guida esperta nel mare dell’offerta pressoché infinita presente sul web (per vie più o meno legali). 

Lo sforzo comune dei multisala e delle piattaforme di streaming online è di offrire al cliente la selezione di titoli più ampia possibile. Le piccole sale invece cercano di offrire allo spettatore la selezione di cui ha davvero bisogno. 

di Giovanni Verazzo

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