La crisi abitativa e l’occupazione in via Zampieri

Il 15 ottobre si è tenuto un pranzo sociale in Via Zampieri 13, dove è situato l’appartamento occupato da AS.I.A, associazione inquilini e abitanti aderente all’Unione Sindacale di Base, e da Cambiare Rotta, organizzazione giovanile comunista, entrambe impegnate nel dar voce a inquilini e quartieri popolari.

Nel cortile dello stabile si respira un’aria particolare. Non appena se ne varca la soglia, grandi alberi fanno ombra sopra i tavoli allestiti per il pranzo sociale. Tutt’intorno lenzuoli bianchi su cui sono impressi slogan che richiamano al diritto all’abitare e alle prossime azioni di Cambiare Rotta e AS.I.A.: anche quando all’una e trenta si iniziano a riempire i piatti di tutti, si continua a lottare. In quel momento la lotta sta nel riunirsi, simbolo del «mondo comunitario che resiste», nella condivisione. Ognuno contribuisce come può, chi distribuendo il cibo, chi portando del riso con la zucca fatto in tutta fretta, chi con altre pietanze, e chi lasciando qualche moneta per il pranzo. Siedono intorno allo stesso tavolo persone dalle storie più variegate, tutte accomunate, però, dalla medesima rabbia e dal medesimo sdegno nei confronti di una città che preferisce lasciare le case sfitte, «lasciarle alla polvere», anziché dare un tetto a tante famiglie che ne avrebbero bisogno, anzi diritto. Un vecchietto apre la sua borsa, lasciando scorrere la zip scura, e ne tira fuori un panno di stoffa tenuto insieme dagli elastici. Lentamente libera l’involucro bianco e ne lascia intravedere il contenuto: delle posate. Sempre perché ognuno contribuisce come meglio riesce, porta ciò che può, al pranzo sociale.

Mentre nel cortile si levano sorrisi di gioia, racconti di giovani e meno giovani, nell’appartamento c’è sempre qualcuno a far di guardia: chi occupa conosce bene i rischi insiti in questa lotta. Le finestre di tanti appartamenti dello stabile in Via Zampieri sono state sbarrate: la risposta di ACER all’occupazione e alla richiesta di dialogo. Questo ha un costo, e significa tenere chiusi degli appartamenti per lungo tempo. C’è nell’occupazione, un tentativo di resistenza. Di resistenza ad una città divenuta più che mai ostile a giovani e famiglie senza un reddito tale da poter accedere al mercato privato immobiliare a Bologna.

Finestre sbarrate da ACER (foto Andrea Agrillo)

I motivi dell’occupazione di AS.I.A. e Cambiare Rotta

L’11 ottobre, giorno in cui è stato indetto lo Sciopero Generale dei sindacati conflittuali, AS.I.A.-USB ha promosso l’occupazione di un alloggio di Edilizia Residenziale Pubblica situato in via Zampieri 13, al fine di rivendicare il diritto all’abitare.

«A Bologna ci sono troppe case vuote, bisogna utilizzarle per garantire un tetto a chi non ce l’ha, con un affitto adeguato al reddito di ognuno» — si legge sulla pagina Facebook di AS.I.A., che accusa le istituzioni di svendere i beni pubblici a favore di privati e speculatori. Parole simili arrivano dopo l’occupazione: «Non ne possiamo più di case ACER vuote, senza manutenzione e gente senza casa. Restituiamo le case sfitte e abbandonate da ACER. AS.I.A. oggi a Bologna ha restituito uno dei centinaia di alloggi ACER vuoti alla città!».

Per Cambiare Rotta, l’occupazione in via Zampieri è parte di un percorso più ampio di partecipazione attiva al lavoro portato avanti negli ultimi anni da AS.I.A. per rivendicare il diritto all’abitare, avendo come riferimento un punto politico preciso: «La requisizione degli sfitti pubblici e privati, che son tantissimi e vengono lasciati alla polvere, quando invece andrebbero utilizzati per quelli che sono scopi di utilità collettiva. In tal senso questo non è neppure un atto di resistenza, ma di controffensiva. Si tratta della primissima occupazione da cinque anni a questa parte. Ciò su cui noi insistiamo di più è l’aspetto giovanile, e quindi ci soffermiamo sul fatto che mancano posti negli studentati, molti studenti e giovani lavoratori precari non possono pagare l’affitto».

La crisi abitativa riguarda tutti

Nell’ultimo anno trovare un alloggio a Bologna è divenuto estremamente complesso: recentemente Il resto del Carlino ha intervistato alcuni studenti testimoni della difficile situazione abitativa in città.  In questo contesto occupare ha valore politico; un tentativo di resistenza ad una città che non tutela sufficientemente i suoi abitanti. L’Alma Mater Studiorum continua ad acquisire prestigio e ad attirare alunni, non solo dall’Italia, ma molte persone iscritte all’università non hanno un posto letto stabile, nonostante l’anno accademico sia ormai iniziato: il dubbio è che il venir meno del diritto all’abitare, possa far venir meno anche quello che è il diritto allo studio.

Non sono soltanto gli studenti ad incontrare difficoltà, ma anche gli abitanti storici dei quartieri che, «vittime dei processi di gentrificazione sono costretti a lasciare la casa dove hanno vissuto per anni per far spazio a inquilini “più appetibili”, come avviene in Bolognina, un tempo quartiere operaio, ora sotto le mira di speculatori e punto d’interesse per gli interventi di elitarizzazione». Basti pensare allo Student Hotel costruito in via Fioravanti, dove una stanza arriva a costare 1000 euro.

Il disagio abitativo che si osserva a Bologna, risulta essere il frutto di precise scelte politiche, che vengono portate avanti sia a livello locale che statale. Al momento i canoni d’affitto degli appartamenti possono salire senza che vi siano dei concreti limiti ad essi. Non sono previsti neppure controlli sullo stato effettivo degli immobili: il potere finisce per essere dalla parte dei locatori, a discapito di inquilini privi di reale potere negoziale, costantemente alla mercé di un mercato senza regole e di proprietari di casa che credono di concedere i loro beni immobili.

Inoltre – afferma un portavoce di Cambiare Rotta – i proprietari degli immobili, nel momento in cui dispongono di diversi edifici, sovente decidono di tenere sfitte parte delle stanze affinché si alzino i prezzi di quelle che mantengono sul mercato in affitto. L’eliminazione dell’edilizia residenziale pubblica dalle politiche infrastrutturali, come di qualsiasi meccanismo di pianificazione e calmierazione pubblica dell’offerta abitativa, ha fatto in modo che fosse il mercato a dettare le regole. Ciò in una logica volta al profitto, al continuo rialzo degli affitti e con un ruolo decisionale predominante dei proprietari delle abitazioni.

Pranzo sociale in via Zampieri (foto Andrea Agrillo)

Sempre un portavoce di Cambiare Rotta, poco prima dell’inizio del pranzo sociale, sottolinea quanto sia diffusa la tendenza a privatizzare gli immobili. Anche l’Università esternalizza ai privati la costruzione di alloggi per gli studenti, nonostante poi, studentati di lusso come Student Hotel, non siano realmente accessibili a gran parte di loro.

Per quanto riguarda gli stabili da tempo in disuso, «o si privatizzano o non vengono utilizzati, meglio lasciarli alla polvere. Anche quando privati o l’Università accettano di dare stabili sfitti, l’amministrazione vi si oppone». Occorre ricordare l’occupazione portata avanti dal 2013 fino allo sgombero del 2016, di uno stabile in via Irnerio, di proprietà dell’Ospedale Sant’Orsola, la quale diede un tetto ad oltre 60 persone. Riuscire a destinare questi immobili a progetti di utilità sociale, slegati da logiche di profitto, sarebbe l’evidenza che un sistema diverso può esserci, e questo non lo si può mostrare. Un’inchiesta del Guardian del 2014, evidenzia che in Europa ci sarebbero circa 11 milioni di case vuote, con al secondo posto per numero di immobili sfitti, l’Italia e la Francia.

Ciò che stupisce in via Zampieri, è il rapporto istauratosi tra i condomini e coloro che occupano l’appartamento. Le azioni di AS.I.A., come delle ragazze e dei ragazzi di Cambiare Rotta, vengono accolte con grande calore, per nulla scontato in un quartiere popolare come la Bolognina. Nel pomeriggio, nel cortile dello stabile, spesso AS.I.A. organizza dei momenti di socialità per i figli delle famiglie. Il supporto di quest’ultime denota grande fiducia. Il messaggio che vuole passare dagli occupanti è «noi siamo qui per voi». Si resta colpiti, ancora, dalla loro minuziosa organizzazione, una precisione propria di persone con idee e visioni politiche chiare.

Balcone dell’appartamento occupato (foto Andrea Agrillo)

L’impatto del turismo nelle città e gli effetti sulla crisi abitativa

Un altro tema emerso durante le discussioni al pranzo sociale in via Zampieri, è quello relativo all’impatto del turismo in città. Negli ultimi anni, a Bologna, sono aumentati gli immobili messi a disposizione del turismo. Sarah Gainsforth, giornalista italiana, in Città Merce, dice che l’economia mossa da Airbnb eleva i prezzi delle case e trasforma le città in risorse economiche. Ne scaturisce un conflitto tra le ragioni economiche e il valore d’uso delle abitazioni, tra l’ipermobilità – propria del turismo – e la costruzione di città fatte per viverci e non solo per soggiornarvi.

A un mercato immobiliare che in maniera crescente aumenta la propria natura predatoria e finanziaria, corrispondono profonde disuguaglianze e difficoltà nell’accesso all’edilizia, con la conseguente gentrificatione ed espulsione dei residenti che non riescono a permettersi i rincari degli affitti. 

Marta Collot, candidata sindaca di Potere al Popolo per le ultime elezioni comunali di Bologna, in una recente intervista, porta alla luce gli effetti del turismo sulla città: «L’investimento delle amministrazioni passate sul turismo massivo ha comportato un rincaro degli affitti, con la conseguente espulsione di studenti e classi popolari verso le periferie e una radicale trasformazione del centro storico a favore delle esigenze turistiche e commerciali delle classi più abbienti. A questo ha contribuito anche l’esplosione del modello di affitto a breve termine, che ha aperto le porte del mercato home-sharing a piattaforme online come Airbnb, tramite cui la speculazione dei privati ha sottratto disponibilità di appartamenti in città».

Le parole di Marta Collot si posizionano in continuità con quelle di AS.IA. e Cambiare Rotta. La portavoce nazionale di Potere al Popolo afferma come il diritto alla casa non possa essere garantito dalla costruzione di studentati privati nei quartieri popolari. Inoltre propone di riqualificare gli edifici sfitti, le abitazioni in disuso, al fine di dedicare questi spazi a studentati pubblici o a case popolari, perchè vengano, in questo modo, garantiti i diritti fondamentali degli abitanti di Bologna.

Da più parti arriva la richiesta di una città che rimetta al centro gli interessi collettivi «non in un’ottica di chiusura in sé stessi, ma ripensando a un’idea di città dove siano garantiti casa, lavoro e servizi per tutti». Sorge spontaneo l’interrogativo: le città sono costruite al servizio del profitto, o delle persone che le abitano?

Celeste Ferrigno

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