È morta una star? (3/4)

Allegoria della vanità – Pietro della Vecchia (1626-1678)

Nessuno poteva credere alle proprie orecchie ma gli occhi delle fotocamere lo bombardarono ugualmente con i loro flash aggressivi. Il sig. autore illustrissimo cavaliere Milo Penna lasciò che la sua pelle traspirasse quel silenzio basito, commosso, estasiato secondo lui, e si prestò alle varie ma non numerose domande che qualche fan troppo zelante o qualche giornalista in adorazione gli rivolgeva. Lui rispondeva a tutti, indifferentemente, con un sorriso a labbra serrate, i denti visibili mentre premevano contro la pelle. Una felicità tutta interiore, avrebbe scritto la stampa secondo lui, non un tradimento di emotività. Ma nessuno si sarebbe permesso di dire che non si era meritato quel successo: a detta sua, se l’era faticato. Sere passate a fissare il taccuino, a vuoto, alla ricerca della punteggiatura perfetta; anni buttati sul teorema dell’incipit infallibile. Tutto inutile. Gli era bastato, semplicemente, scrivere quello che aveva dentro, ciò che la sua Ispirazione gli dettava dentro. Non importavano i ghirigori, le virgole e le lettrines: finché fosse stato sincero con se stesso, la sua opera sarebbe stata un successo assicurato, per i contemporanei e per le generazioni a venire, ne era sicurissimo. Quando, placido e accomodante, si allontanò dal leggio, palchetto o sedia che fosse, non toccò mai completamente il pavimento, sentiva di essersi evoluto, una nuova versione di sé che non aveva bisogno di rispettare le stesse convenzioni e convinzioni degli altri, stupide e borghesi, come dire buongiorno e buonasera, non lasciare i periodi sospesi, aderire all’etica comune. Tutte stronzate. E se qualcuno avesse avuto da ridire o ridere, si sarebbe difeso, sissignore, avrebbe esposto le sue ragioni con l’unica arma che sapeva impugnare: la penna. Si sarebbe arroccato nel suo minuscolo forte, scagliando penne d’oca a destra e a manca, deplorando i vizi del secolo XX e tutti l’avrebbero ascoltato, sì, perché adesso lui era uno scrittore affermato e riconosciuto da tutti. Esatto: in quella precisa tarda mattinata di luglio, il sig. autore illustrissimo cavaliere Milo Penna era diventato uno scrittore. Annotò la cosa su una paginetta a caso del suo taccuino e si conservò l’idea sotto la lingua per quando sarebbe rincasato. La prassi – giro panoramico della città, accoglienza festosa, discorso prodigioso, domande, autografi, qualche foto e via – si ripeté, uguale a se stessa, in ogni minuscolo dettaglio, in tutte le tappe previste del tour: La Casa degli Amici Lettori, la Voce del Quartiere, Officina 20, le Allegre Comari del Libro, il Circolo del Galeotto, Progetto PoLiPò, Casa Gloomsbury, Associazione Cartista (no alla spersonalizzazione capitalista del mercato librario), Cento Libri per Cento Anni, Tanto va il libro al lardo, Non mi piacciono i romanzi rosa ma…, il Club dell’Ecolibro (dove si leggono esclusivamente libri non ricavati da prodotti animali), Inchiostro e calamaio, LibriXFocaccia, Non solo libri ma anche, il Palazzo delle Pagine, Partito Checercadistimolare Igiovaniallaletteratura (PCI), Università della Strada, Passaparola, Chiesa Cristiana Evangelica Nuova Pentecoste, Bar Chantant, Cafè Bistrò, Tea Literary Party, Circolo di Jena, BLM, Palazzo Madama, Carcere di Poggioreale, Real Bosco di Capodimonte, Circo Massimo, Anfiteatro Flavio, la Casa di Carta e l’ultima tappa prevedeva quella che per il sig. autore illustrissimo cavaliere Milo Penna era considerata la più importante: il giudizio di quella commissione di studiosi e letterati, se positivo, sarebbe stata l’unica cosa che l’avrebbe spedito all’altro mondo con un sorriso stampato in faccia, anzi, pensava che probabilmente ci sarebbe potuto rimanere secco sul posto se l’Accademia Quattrogatti avesse acclamato il suo romanzo. Le solite dinamiche: lui che si lascia Dominique alle spalle, impegnato a portare gli stessi due scatoloni stracolmi di copie del romanzo, intonse, lui che si avvia verso la porta, stavolta di colore magenta, un pugno nell’occhio all’intero quartiere, notò, ma, stavolta, nessuno gli apre la porta prima che lui raggiunga il campanello e così osano farlo aspettare per ben qualche secondo lì fuori, sull’uscio, come un comune romanzierucolo di quintultima categoria. Il sig. autore illustrissimo cavaliere Milo Penna si voltò, poggiandosi brevemente col fondoschiena alla porta ancora chiusa mentre dall’interno proveniva un frastuono attutito di persone che bisbigliavano concitate e mobili che raschiavano la moquette, e osservò Dominique, il suo fido Dominique, scrupoloso, metodico, deferente nel modo in cui reggeva sotto entrambe le ascelle i due scatoloni, come fossero scrigni contenenti la Legion d’Onore. Tutti questi anni al suo servizio, ben ventitré, ad assecondarlo nelle sue frenesie, nei suoi vuoti d’immaginazione, quando perdeva le staffe perché non trovava il suo taccuino e gli tirava addosso qualsiasi padella o vaso avesse sottomano perché era convinto che la sua servitù cospirasse contro di lui e il suo successo. Quante notti lo avevano sorpreso ancora con la testa china sul suo scrittoio, un filino di bava a fare capolino dall’angolo della bocca sin sopra le pagine del suo taccuino che non aveva mai davvero perso, la mente non del tutto spenta ma troppo stanca per partorire qualcosa di decente, eppure, non sapeva come, il mattino seguente si ritrovava sempre a letto, impigiamato e rimboccato, le pagine imbevute di saliva messe ad asciugare sul davanzale: la mano invisibile di Dominique, l’unica che gli aveva impedito di cadere nel  pozzo del suo stesso delirio letterario mentre marciava smanioso per casa in cerca di idee, l’unico che scandiva al posto suo l’inizio e l’epilogo delle sue giornate, l’àncora che lo teneva materialmente vivo e che gli impediva di diventare una lettera scarabocchiata in un paio di pantaloni neri a coste e un maglioncino di tweed. Il sig. autore illustrissimo cavaliere Milo Penna, mentre osservava Dominique avanzare con dissimulata difficoltà verso la porta, pensò, anzi recuperò l’idea che gli era venuta in mattinata durante il primo giro in auto e decise che il giorno dopo l’avrebbe licenziato. Non aveva più bisogno di lui, ormai. La porta si spalancò cogliendolo soprappensiero. Un ragazzo alto e smilzo, sulla ventina ma con un paio di baffi neri e folti decisamente bizzarri per la sua età, lo accolse nella sede dell’Accademia. Un lungo corridoio in legno gli si dispiegava dinanzi come un red carpet casalingo e, alla sua estremità, un orologio a pendolo, imponente nella sua antichità e molto simile al suo, gli ammiccava come a confermare, con la sua presenza, che finalmente ce l’aveva fatta, era nel posto giusto. Era dentro. La conferenza, come sempre in tutti i club, circoli e centri in cui si era recato quel giorno, si svolgevano in stanze piuttosto spaziose, teoricamente arieggiate, ma che nel corso della giornata avevano assunto toni via via più acri, come se qualcuno si fosse dimenticato di aprire le finestre e gli odori si fossero attaccati alle pareti stesse, un concentrato di sudore e sigarette. Chiunque avrebbe almeno avvertito un lieve giramento di testa, un mancamento, ma non lui: ormai non calcava neanche più la moquette ma planava verso il solito leggio, attraversando una folla molto più eterogenea ma non molto più numerosa delle altre volte, popolata non solo d’ammiratori ma anche eruditi, cultori di letteratura, narratori di mestiere. Se fosse stato lucido e non troppo impegnato a crogiolarsi nel calore delle due sole fotocamere che lo stavano immortalando, avrebbe, forse, notato gli sbadigli a malapena contenuti o che al cameriere dell’ingresso, ora in sala, i baffi pendevano da un lato, oppure che alcuni addetti al catering guardavano, occhi strabuzzati, verso Dominique e poi verso il fondoschiena del suo padrone, sporco di vernice rossastra, ma non osavano proferire parola. Qualcosa non andava ma al sig. autore illustrissimo Milo Penna… pardon, sig. autore illustrissimo cavaliere Milo Penna non importava. Era volato sul Parnaso e attorno a lui tutto era avvolto da una nebulosa fittissima, bianco-sporca, e non distingueva più i lineamenti di quello che si era lasciato da basso. Quando anche Dominique dispose le ultime copie su un banchetto in fondo, di fianco al punto ristoro che proponeva rustici di wurstel, frittatine di pasta e quiche di zucchine, e lo raggiunse alle sue spalle, l’ultimo capitolo della giornata poté finalmente avere inizio. L’orchestra prese vita: i flash delle due fotocamere attaccarono il loro duetto a tempo sincopato, intramezzandosi a qualche domanda di curiosità biografica e di dieta alimentare, per poi lasciare spazio a qualche intervento di qualche critico letterario che gli chiese dei suoi modelli e dei suoi eroi (“sì insomma le sue Ispirazioni!”); pausa primo tempo e l’angolo del buffet venne preso d’assalto come mai era capitato in nessuna delle precedenti conferenze: le sole porzioni risparmiate furono quelle cadute a terra nel parapiglia di affamati, sfuggite a qualche mano ingorda e distratta. L’evento stava per volgere al termine. Dalla vetrata di fronte alla pedana da cui aveva risposto agli interventi, il sig. autore illustrissimo cavaliere Milo Penna non riusciva più a distinguere i contorni spigolosi della Panda di Dominique, non che sapesse effettivamente quale dovesse essere la forma di un auto, non che ci avesse mai prestato troppa attenzione, e l’ultimo schizzo color salmone, ancora steso e sfumato sulla linea dell’orizzonte, era stato spinto via da una cortina spenta di nuvole. Dunque, signori, se non ci sono più interventi… Dominique anticipò, facendosi avanti dallo sfondo verde bottiglia della stanza, le intenzioni del padrone ma entrambi rimasero amaramente disattesi da un’inattesa domanda. Una giornalista, panciuta e vagamente ostile, con quegli angoli della bocca tirati in un ghigno divertito, alzò la mano e si alzò in piedi ma la visuale che dalla pedana se ne aveva non mutò significativamente: la giornalista era anche un po’ tozza, con due spalle che ricadevano ad angolo retto rendendola, di fatto, un quadrato con il fard, gli occhiali spessi e il rossetto, che parlava. Il sig. autore illustrissimo cavaliere Milo Penna fu preso da uno strano tentennamento da déjà-vu ma il brivido passò in fretta perché adesso non c’era spazio per le distrazioni, era l’ultima domanda e lui doveva concentrarsi, doveva andarsene col botto. La giornalista si prese il suo tempo a sfogliare a lungo e a lungo e a lungo e a lungo il suo taccuino alla ricerca della domanda che si era appuntata poco prima ma proprio non riusciva a trovarla. L’oratore la squadrava a metà tra l’estasi di chi ama ricevere così tante attenzioni e la diva già seccata da così grave mancanza di professionalità, quando un ronzio, anzi un ticchettio snervante attirò la sua attenzione alle sue spalle. Era Dominique a battere il piede con cadenza quasi maniacale, con uno sguardo furioso, compresso a stento dietro i suoi occhi neri, adesso brillanti di qualcosa che al sig. autore illustrissimo cavaliere Milo Penna sembrava rabbia lucida e fiammante ma non si curò di approfondire la questione perché, nel frattempo, la donna paffuta aveva finalmente ripescato la sua preziosissima domanda. Sig. autore illustrissimo cavaliere Milo Penna, voglio essere diretta con lei proprio perché la stimo e la ammiro moltissimo. La mia domanda apparirà sicuramente banale eppure importantissima, per me come per lei: perché scrive? Perché consegnare, a noi e ai posteri, pagine e pagine, lettere e lettere di pensieri, personaggi, situazioni scritte e ideate da lei? Cosa ci vuole dire? Perché, ad esempio, non dovrei rivolgermi all’ultimo romanzo scritto da, che so, da Eco o rileggermi un grande classico, Hugo, Manzoni, Austen? Cosa dà ai suoi lettori, di suo, nella sua opera, che nessuno mai ha dato? Insomma, le richiedo, perché scrive, lei, sig. autore illustrissimo cavaliere Milo Penna? Tutti in sala, come ad una partita di tennis indoor, trattennero il respiro ma al contempo fecero scattare gli occhi dal volto della giornalista agli occhi del conferenziere, alla ricerca, cinica, di qualche segno di scoramento o disorientamento o amarezza per una domanda così complessa con cui chiudere una splendida giornata di tournée, testimoni di un brutale incidente d’auto che fissavano il disastro con gli occhi semichiusi. A dire il vero, il più dispiaciuto sembrò Dominique, che smise finalmente di martoriare la moquette col tacco delle scarpe ma che, dietro le labbra serrate, faticava a nascondere un completo stato di shock. Perché rovinare tutto adesso? pensò. Lo staff del catering aveva perso di compostezza, qualcuno se ne stava seduto tra gli altri ospiti, un altro se ne era andato fuori a fumare e una ragazzetta, forse ventidue anni appena, sbadigliava con una certa regolarità, senza neanche più preoccuparsi di nascondere la faccia per educazione. L’unico a mostrare di avere la situazione esattamente sotto controllo era proprio il sig. autore illustrissimo cavaliere Milo Penna, un portiere che si aspettava esattamente quel tipo di pallonetto alla fine di una partita piuttosto lunga e sapeva come gestirla. Del resto, era una domanda che si era personalmente posto tutti i giorni della sua vita ed era faticosamente arrivato a darsi una risposta, pur se pericolante, che i suoi fan meritavano di conoscere. Sbarazzino, inclinò leggermente lo sguardo verso il basso, si schiarì la voce, insomma stava alimentando la tensione nell’aria per farla detonare tutta in una volta, agganciò gli occhi della giornalista, quasi soddisfatta dopo aver liberato quella bomba H nella stanza, la fissò intensamente prima di iniziare così: 

Le è mai capitato, mia cara… Elsa. Elsa, di dover rispondere alla domanda chi è lei? Non ho alcun dubbio che, con un raddrizzamento impercettibile delle costole, uno slancio netto del collo e una bella schiarita alla voce avrà saputo rispondere a tono a quell’insolente che si è permesso di mettere in discussione la sua identità. Sa, si vede quando qualcuno sa dov’è il suo posto nel mondo, emana un fortissimo odore, quasi un alone che lo accompagna dappertutto e che a volte si impregna sulle superfici che tocca o le persone che incontra: l’odore della certezza incrollabile, della promessa di stabilità, della mancanza di curve a gomito all’orizzonte. Lo potevo odorare, per esempio sulle giacche scamosciate di alcuni miei amici, nel loro modo di parlare, quasi che nella loro bocca ci stesse il mondo intero e loro lo potessero plasmare a morsi e sussurri. Adesso sono tutti affermati, chi ha pubblicato un libro, chi ha lo scaffale in salotto sul camino assediato da statuette e coppe d’argento. Non me ne stupivo allora e non me ne stupisco di certo adesso. No, non voglio dire di fare il cartomante come hobby nel tempo libero ma, in fondo, quando sfioriamo la grandezza, anche se solo di striscio, ce ne accorgiamo. Per esempio, mia cara… Elsa. Elsa, sì, lei sa chi è e si vede, sa di cosa è fatto il suo DNA: ha imparato i segretucci della nonna per rendere la passata di pomodori più corposa o il sauté più vellutato; con una mano regge a fatica la busta di plastica stracolma e con l’altra digita il numero della segreteria del diabetologo per disdire e rimandare l’appuntamento di suo marito oppure è la migliore del suo corso di aerobica; a cena mangia, ascolta le giornate dei suoi figli, o magari non ha figli e vuole semplicemente saltare dritto dritto alla parte in cui slaccia i pantaloni a suo marito, lui le tira i capelli e insieme passate una di quelle notti che non passavate da tempo, ma che in realtà è tale e quale a tutte le altre in cui avete fatto l’amore ovvero dieci, undici minuti al massimo di carnalità meccanica e scivolosa.  Se sono stato impreciso in qualcosa, saprà perdonarmi ma credo abbia capito dove voglio andare a parare. Mia cara… Elsa. Elsa, lei troverà sempre lì, accoccolato ma scattante dentro di lei, il coraggio di rispondere a quella domanda. Io, la mattina, mi alzo perché so di dover scrivere, qualcosa, qualsiasi cosa, perché so che se non lo faccio e inizio a guardare attorno a me quello che ho costruito, che nel mio caso è molto meno di ciò che non ho mai costruito, se mi concentro anche solo per un secondo sui litri di brodino di pollo e pastina che mi propineranno da oggi fino alla fine dei miei giorni, so, con certezza matematica, che non arriverei a domani. Non ho nessuno che mi dia un motivo valido per non scrivere, che mi dica che esisto, che mi dica chi sono. Perché, mia cara… Elsa. Elsa, se non sono la firma che metto in fondo alla pagina, se non sono il nome in testa a un’insulsa classifica letteraria di qualche rivista da sala d’aspetto o la prima faccia che vede spiaccicata sulla vetrina di una libreria, anzi, un esercito di facce, tutte mie, tutte ingrandite sui miei denti storti e scheggiati atteggiati in un sorriso enigmatico e saccente, se non sono il sig. autore illustrissimo cavaliere Milo Penna, chi sono io allora? Perché ogni volta che mi allontano dalla scrivania in camera mia ho paura di dimenticarmene. Chi sono…io? Il sig. autore illustrissimo cavaliere Milo Penna rallentò fino a rendere le ultime sillabe un flebile sospiro, gli occhi si intirizzirono, persi in un punto lontano, oltre il finestrone di fronte a sé, e anche più solitario, freddo, più freddo di quanto tutte quelle persone, con il loro sudore e i loro aliti di sigarette potessero combattere. Stette, impalato e rapito. Il suo silenzio sovrannaturale si irradiò per tutta la stanza, colse tutti di sorpresa, nessuno sapeva più distinguere chi stesse fingendo e chi no oramai. Qualcuno tossì imbarazzato, Elsa lo fissò terrorizzata come avrebbe fissato un vaso nuovo, appena comprato, sfasciarsi al suolo il secondo in cui ha messo piede fuori dal negozio. Cercò lo sguardo di Dominique che già si era sporto dal suo angolino in penombra per cercare, a sua volta, gli occhi del padrone, ormai irraggiungibili. Dominique neanche sapeva dare forma alle miriadi di pensieri che gli sfrecciavano dietro gli occhi, un macigno di ghiaccio gli si piazzò sullo sterno quando comprese che il sig. autore illustrissimo cavaliere Milo Penna non era con loro in quell’istante, che le sue pupille spalancate verso altro da sé sembravano fissare il sole o forse il vuoto direttamente in faccia. Il corpo irrigidito, le mani contratte sopra al leggio. E poi ritornò a sé, come se niente fosse accaduto, la spina riattaccata alla corrente, gli occhi rianimati, vigili e coscienti di Dominique davanti a lui che rischiava di rovinare il suo momento. Lo fulminò all’istante ricastigandolo nel suo cantuccio. Riprese lo sguardo perplesso di Elsa come se il suo discorso non si fosse mai interrotto, con un’intensità ritrovata che prima pareva si fosse affievolita nell’autocommiserazione delle sue stesse parole. Sembrava lo stesso eppure rinato. Continuò. Per cui, signora… Elsa. Elsa, scrivo perché non potrebbe essere altrimenti. O forse preferirebbe vedermi stecchito in qualche freddo letto d’ospedale? E, detto fra noi, questo dovrebbe bastare a convincervi a leggere il mio romanzo. Scommetto che tutto questo, Eco, non ve lo direbbe mai. Le lanciò un occhiolino, sornione e allusivo, ma non si accorse che con la palpebra chiusa aveva spinto fuori qualcosa di impercettibile, anzi neanche se ne accorse se non quando rientrò, pochi minuti dopo, nell’automobile. Un solco umido gli aveva rigato all’improvviso la guancia sinistra. 

Continua…

Davide Aruta

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