Unorthodox: la terra di nessuno del multiculturalismo

12.05.2021

“In un mondo che somiglia sempre più ad un teatro dell’assurdo, bisognerebbe chiedersi se l’azzeramento dei diritti fondamentali, minimi, possa rappresentare un canone da proteggere. Si tratta di un canone vero e proprio o forse della defezione del concetto di libertà?”

Introduzione 

Molto spesso, in nome della tolleranza e del multiculturalismo la società è disposta ad accettare situazioni assurde, che in realtà sono inaccettabili. È la contraddizione insita nel concetto stesso di libertà: un giano bifronte che da un lato si nutre degli aspetti positivi e dall’altro viene inglobato dall’eccesso negativo. Due facce della stessa pretesa umana. In un mondo che somiglia sempre più ad un teatro dell’assurdo, bisognerebbe chiedersi se l’azzeramento dei diritti fondamentali, minimi, possa rappresentare un canone da proteggere. Si tratta di un canone vero e proprio o forse della defezione del concetto di libertà? Quello che questa volta ci fa effetto è che al centro del mondo, a New York, esistono delle scuole dove, nei libri di testo per i bambini, i volti delle donne sono oscurati. A raccontare questa storia è una serie tv che il mondo guarda con occhi spenti perché percepisce quella realtà come lontana, mentre la politica accompagna quegli occhi davanti alle violazioni dei diritti umani, invocando la propria fiaccola di libertà che è la cecità simulata del multiculturalismo.

Unorthodox: dentro e fuori dalla comunità

Unorthodox è la prima miniserie presente nel catalogo Netflix ad essere stata girata interamente in Yiddish. È ispirata all’autobiografia di Deborah Feldman dal titolo Unorthodox: the scandalous rejection of my hassidics roots.

Esty è la giovane donna al centro della narrazione che si sviluppa su due linee temporali differenti, il cui perno sono i primi minuti, nei quali assistiamo alla fuga di Esty dalla comunità ultraortodossa chassidica Satmar di Williamsburg e dal suo matrimonio infelice e combinato. Una linea temporale ci porta indietro alla sua infanzia e adolescenza, legate alle regole e alle rigide tradizioni verso le quali s’è sempre sentita lontana,come per la musica vietata alle donne, il cui solo compito è quello d’essere «recipiente» degli uomini. L’altra linea temporale, invece, la segue nella sua nuova vita, che comincia in Germania, a Berlino, a migliaia di chilometri dal solo mondo che ha conosciuto finora, dove è fuggita dopo aver ceduto all’irresistibile aspirazione di vedere il mondo fuori da quel piccolo e soffocante contesto. La comunità da cui cerca di fuggire la protagonista è Satmar o Chassidismo Satmar, ovvero un movimento chassidico principalmente di ebrei ungheresi e rumeni che sono sopravvissuti alla Seconda guerra mondiale, dopo la quale si sono ristabiliti a New York. Le due più grandi comunità Satmar si trovano a Williamsburg (dove è ambientata la serie) e a Borough Park, a Brooklyn. Minori comunità si trovano sparse per il Nord America, in Europa, Israele, Argentina e Australia.

La serie sembra essere una vera e propria indagine sociologica, nel senso che apre la porta agli spettatori, mostrando la vita quotidiana di una famiglia ebrea ultraortodossa. Qui, Dio è il motore immobile attorno al quale ruota la vita, la relazione familiare, i riti e ogni emozione ne è forzatamente attratta, anche quella più intima. Non c’è spazio per l’arte, soprattutto per le donne: la loro vita è interamente consacrata alla casa e ai figli. La vita degli uomini va “diversamente” nella stessa direzione perché deve essere dedita allo studio o bisogna ricoprire una professione secolare compatibile con il volere della comunità. Si vive secondo le leggi rituali ebraiche in una bolla di cristallo, dove la stragrande maggioranza delle persone che crescono nella stessa ne condividono l’ethos e apparentemente vivono una vita felice, dominata dal fervore delle grandi feste religiose e della vita familiare.

Problemi nascosti

La comunità Satmar e quanto accade in Unorthodox sono lo specchio dei numerosi mutamenti nella stratificazione della popolazione, per cui si radicano gruppi sociali che traggono la propria identità da etnie, culture, religioni, diverse e lontane rispetto a quelle maggioritarie. Questi gruppi sociali non chiedono più solo il rispetto della fede religiosa, ma tendono a riprodurre nella fetta di mondo in cui si stabiliscono comportamenti, usi, costumi, che confliggono con i valori basilari dell’area geopolitica dove si inseriscono. La multiculturalità è l’asse della bilancia che deve parificare i valori tradizionali con i comportamenti, gli usi, i costumi che inizialmente sono considerati alieni. Si tratta di respingere quelle pratiche comportamentali che contrastano in modo irreparabile con elementari principi di civiltà. Se da un lato vi è la multiculturalità compatibile- come il fatto di indossare il velo islamico che, dal punto di vista dei diritti umani, non incontra resistenza perché rientra nella sfera di libertà individuale garantita dall’ordinamento- esiste anche la multiculturalità incompatibile. Quest’ultima si manifesta quando vengono chiamati in causa, negandoli o avvilendoli, i diritti umani fondamentali, l’eguaglianza tra uomo e donna, i principi basilari della convivenza. Tra le sciagure da risolvere nel contesto della multiculturalità, è opportuno richiamare innanzitutto la disparità di genere oggettivamente presente nella comunità Satmar. Alcune di queste usanze potrebbero sembrare a primo impatto “accettabili”, se paragonate a pratiche ancora più estreme come quella della infibulazione, cioè l’asportazione del clitoride che viene adottata in alcune aree islamiche. La storia di Deborah /Esty è una storia straordinariamente semplice: una giovane donna ricerca sé stessa. Pur fuggendo da una comunità specifica, vive un conflitto generale, universale: l’oscillazione tra il culto di appartenenza e la latente consapevolezza di essere diversi, con un piede nel progresso. La donna era “convinta” di sposarsi, ma ad un tratto scopre di non poter avere rapporti sessuali a causa di vaginismo. Terapie d’urto, insistenza del marito e invadenza della comunità nella sua sfera più intima, la spingono non solo a trasferirsi, ma anche a cominciare una ribellione segreta, fatta di fughe nelle aule universitarie e di uno spiraglio di libertà, comprensione e notorietà che raggiunge grazie al suo blog. Il chassidismo concepisce la donna solamente come una madre sottomessa. La cieca fedeltà è garantita fin dall’infanzia, attraverso l’assimilazione dei dogmi e l’impedimento ad una educazione vera e propria. Tra i primi insegnamenti vi sono il divieto di guardare un uomo negli occhi o di rivolgergli per prima la parola. L’individualità femminile viene recisa nel momento stesso in cui avviene il matrimonio: le donne sposate che compaiono nella serie, infatti, hanno sempre un copricapo (tichel) e portano parrucche perchè devono radersi i capelli per rispetto dello tzniut, il codice della modestia e dell’umiltà. Non c’è posto per la femminilità neanche in camera da letto. I coniugi si incontrano in date regolari, il sesso avviene indossando indumenti coprenti e si riduce all’atto riproduttivo. Durante il periodo mestruale la donna deve rimanere lontana dal marito, al termine del ciclo può tornare ad avere contatti solo dopo un bagno rituale purificante.

“Deborah è cresciuta sotto un codice di costumi che stabilivano tutto, da ciò che poteva indossare, alle persone con cui poteva parlare, a ciò che le era permesso leggere”, ha dichiarato l’editore del libro della Feldman. “Sono stati i momenti trascorsi con i personaggi letterari di Jane Austen e Louisa May Alcott che l’hanno aiutata a immaginare un modo di vivere alternativo. Intrappolata da adolescente in un matrimonio sessualmente ed emotivamente disfunzionale con un uomo che conosceva a malapena, la tensione tra suoi i desideri e la responsabilità di brava ragazza Satmar sono diventate sempre più forti fino a quando non ha partorito a diciannove anni e si è resa conto che per il bene di sé stessa e di suo figlio doveva fuggire”.

Sembra esserci un tarlo che corrode i diritti, che parte dalle menti aride e si espande in spazi compatibili. Così i diritti vengono applicati in un determinato habitat, ma non anche ai soggetti dell’immigrazione. C’è chi pensa che i diritti umani non siano universali e pertanto non possano essere imposti a chiunque non li conosca e non intenda fruirne. “C’è poi un corollario inquietante di questa concezione nella affermazione di alcuni intellettuali i quali di fronte alle critiche dei movimenti femministi restano indifferenti, affermando che è giusto non intervenire perché le immigrate devono trovare in sé stesse la forza di conquistare libertà e dignità” (CARDIA). Ma può essere indicata come imposizione quello che sarebbe in realtà un regalo di evoluzione, progresso, giustizia di genere? Come promuovere e accogliere nuove realtà diverse da quella principale, se non con un tappeto di diritti su cui camminare? Molto spesso, queste reiterazioni di comportamenti patriarcali non hanno nemmeno radici religiose, bensì sono frutto di una mente paragonabile ad un orologio rotto che non vuole andare avanti. Dove la donna è proprietà esclusiva dell’uomo ed è priva di ogni diritto alla sessualità. La donna è quel recipiente che non si può riempire da solo e che non può sviluppare la propria personalità in tutti i modi in cui è concesso agli uomini. La donna è solo il prolungamento del loro malessere. In questa sede sarebbe dispersivo citare le innumerevoli decisioni giurisprudenziali che hanno portato alla formazione di una “terra di nessuno” nella quale per gli immigrati valgono altre leggi e regole di vita. Questo significa condannare delle civiltà ad una mancata evoluzione perché vengono da altre esperienze.

Questa non vuole essere una trattazione distorsiva di quella che è una religione con tradizioni rispettate e rispettabili, ma vi sono ancora altre lesioni su cui è opportuno focalizzarsi, relative al diritto di adesione e di recesso dei membri. In queste comunità è vietato contemplare il concetto di libertà individuale, pensare fuori da quegli schemi dettati dalla Torah: non soltanto dalla Torah orale codificata nel Talmud, ma anche da un gran numero di regole elaborate dai rabbini nel corso degli anni. In altre parole, non solo bisogna seguire le regole dei rabbini, ma anche le loro interpretazioni. La tensione tra l’individuo, con le sue aspirazioni e i suoi desideri, e la comunità onnipotente è quindi estrema. A differenza dei monaci cattolici, la maggior parte di loro non ha scelto consapevolmente questa vita, ma deve ratificarla quando raggiunge l’età adulta. Alcuni che vorrebbero sfuggirvi non hanno i mezzi o il coraggio per farlo, dopo un’intera infanzia in cui viene programmato ogni singolo “respiro religioso”. Ancora, è sicuramente difficile per una donna dover rinunciare ai suoi figli, tanto è arduo ottenerne l’affidamento. L’assoluta superiorità spirituale e materiale del rebbe rabino spesso crea abusi, rivolti soprattutto ai giovani che vogliono uscire da questo stile di vita. Proprio per questo motivo, da qualche anno, sono state costituite alcune associazioni per aiutare queste persone, come Footsteps negli Stati Uniti o Mavar nel Regno Unito. Infatti, conoscendo poco l’inglese, essendo privi di istruzione laica, ed essendo isolati dalle loro famiglie, i giovani vivono un’esperienza traumatica di cui vari libri hanno riferito in questi ultimi anni. Finora Footsteps ha dato sostegno a più di 1.300 persone traghettandole, attraverso le reazioni spesso ostili e punitive di amici e parenti, verso un’istruzione che consenta una vita nel mondo laico, anche grazie a un’educazione ai ruoli di genere nella società moderna e al perfezionamento della lingua inglese. “I membri sono come degli immigrati, con la differenza che si tratta di immigrati nel Paese di cui sono ufficialmente cittadini”, spiega Lani Santo, direttrice dell’associazione. La metafora non è estrema, anzi riesce a cogliere in maniera puntuale la situazione di chi inizia a dubitare dell’ortodossia, a porsi dei quesiti che non trovano risposta nelle regole da osservare. Persino alcune parole – come “dinosauro”, “evoluzionismo” – sono censurate e addirittura non se ne conosce il significato.

Conclusione

Cosa accade in Unorthodox quando la protagonista decide di allontanarsi dalla comunità per guardare e percepire il mondo esterno? Cosa accade nella storia autobiografica di Deborah Feldman?

Subito viene ordinato dal rabbino capo di seguire le sue tracce: saranno il marito e il cugino ambiguo e tormentato ad avere il compito di riportarla a casa, per mettere a tacere uno scandalo che già in passato aveva colpito la famiglia di Esty, quando la madre fuggì da un marito alcolista, per ricostruirsi una vita a Berlino. Avviene quello che potremmo definire un ossimoro culturale: siamo nella New York negli ultimi anni Novanta, primi Duemila tra hipster che si appropriano di nuovi quartieri, movimenti artistici e culturali underground, ma allo stesso tempo ci ritroviamo a contatto con una realtà che sembra uscita da un romanzo del Settecento. Non c’è libertà individuale, nemmeno di declinare nel modo che si ritiene opportuno la propria personalità. Non possono essere coltivati gli interessi, non si può pensare ad universi, ma solo ad atomi prestabiliti e non si può uscire senza essere vittime di stalking, discriminazioni, senza essere additati come traditori.

In America, storicamente, viene utilizzata la metafora del muro, per indicare la separazione tra Stato e chiesa, anche se ormai era stata istituita da molto nelle decisioni della Corte Suprema, ad iniziare con Reynolds contro Stati Uniti del 1879 quando la Corte esaminò la storia dell’inizio della Repubblica per decidere se limitare le libertà dei Mormoni riguardo alla poligamia. Negli Stati Uniti, il governo deve essere neutrale tra religioni e non-religioni: non può promuovere, sostenere o sovvenzionare una religione o delle istituzioni religiose, ma non può nemmeno pensare di sorvolare il problema della disparità di genere e della libertà individuale nel 2021, soprattutto visto il contesto internazionale e i numerosi accordi, Carte e trattati che vengono sottoscritti per i diritti fondamentali. Se i Satmar non hanno la possibilità di accedere ad una porta d’uscita perché sono fin troppo radicate in loro determinate convinzioni, allora che sia l’America a gettare un’ancora di salvezza in nome di un mondo rispettoso ma giusto.

di Federica Suriano

Bibliografia e Sitografia

DEBORAH FELDMAN, Ex ortodossa. Il rifiuto scandaloso delle mie radici chassidiche, Abendstern, 2019

C. CARDIA, Principi di diritto ecclesiastico, G. Giappichelli Editore, Torino, 2019, p. 216 ss.

SHULEM DEEN, Indietro non si torna, Damiani Editore, Gulliver, 2019

MARC RASTOIN, La civilità cattolica (rivista), 2020

MICHELE LIPORI, Centro studi e rivista Confronti, 2020

https://it.qaz.wiki/wiki/Satmar_(Hasidic_dynasty)

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