Una giornata al mare

08.06.2021

L’acqua è ancora fredda dell’aria mattutina e ai miei primi passi rispondono le onde che, alte e veloci, corrono verso la riva

Usciamo di casa in silenzio per non farci sentire da mia madre che dorme ancora. È molto tempo che non andiamo al mare insieme, io, mio padre e mio fratello Mario. In macchina non li ho ascoltati, non riesco a sentirli parlare. Mi costringo a passare del tempo con loro, perché non credo nella nostra incomunicabilità. Tento, come sempre, di incontrarli e non perderli. Arriviamo in anticipo rispetto all’orario immaginato. Il lido è rimasto uguale a quando, anni fa, venivamo qua. Stessa gestione, stessi ombrelloni, tutto immutato, come se nulla fosse successo dalla nostra ultima visita. Vengo colto di sorpresa dal rumore del mare che, arrivando fino a noi oltre il cancello ancora chiuso, libera la mia mente per alcuni secondi. Attento a cercare parcheggio, mio padre non sembra esserne colpito in alcun modo. Ci sorride mentre organizza la nostra discesa in spiaggia e, senza una ragione precisa, decide di lasciare parte delle nostre cose in macchina.

“Attenzione a come mettete la crema solare, soprattutto sul dorso del piede. È il punto del corpo più lontano dal sole ma non per questo è meno delicato” ci dice.

Non gli credo, ma assecondo le sue parole per non doverne sentire le lamentele più tardi. Siamo arrivati da poco, ma io e mio fratello decidiamo di fare già il primo bagno del giorno. Mio padre ci aspetta sotto l’ombrellone, non sa nuotare e preferisce guardarci da lontano, per controllare e proteggere. Scendendo verso il bagnasciuga, la sensazione della sabbia sotto i piedi mi disturba. Spesso da piccolo, arrivato sulla spiaggia, piangendo provavo a infilare la testa sotto la sabbia. Invece di scappare o di evitare ciò che odiavo, mi attaccavo ad esso. L’acqua è ancora fredda dell’aria mattutina e ai miei primi passi rispondono le onde che, alte e veloci, corrono verso la riva. Mi tuffo con sicurezza ad occhi chiusi, mentre mio fratello è a pochi centimetri da me, ancora incerto se lanciarsi o meno. Il rumore del mare è così forte da nascondere le mie parole e costringermi ad alzare la voce per parlare con Mario.

“Tuffati forza, più ci pensi e più diventa difficile.”

“E’ troppo fredda. Voglio aspettare un altro poco.”

“Ci sei ormai.”

Non faccio in tempo a concludere la mia frase che Mario, nuotando, si avvicina a me. Del suo corpo sbuca solo parte della testa nel punto in cui i capelli sono più diradati. Rapidamente è al mio fianco, guardandomi con gli occhi leggermente socchiusi.

“Mi mancava fare il bagno insieme. Quanti anni sono passati dall’ultima volta?”

“Due o tre, non ricordo quando siamo venuti al mare tutti e tre con mamma.”

Dopo alcuni minuti, risaliamo verso la spiaggia, è ancora troppo freddo per restare più a lungo. Sotto l’ombrellone ci aspetta mio padre che mi guarda e sorride, senza distrarsi da ciò che sta facendo.

“Pietro rinnova la crema solare, soprattutto sul dorso del piede!”

“Lo so papà, è la quarta volta che lo ripeti.”

Ci guardiamo in silenzio, non sapendo cosa altro dire. Mio fratello si avvicina con passo incerto, come se avesse d’improvviso disimparato a camminare.

“Vogliamo fare una passeggiata?”

“Una passeggiata?”

“Si, sul bagnasciuga.”

Guardo Mario, sorpreso dalla sua proposta, esito alcuni secondi prima di rispondere.

“Va bene, qualche minuto e andiamo.”

Mentre nostro padre prepara la borsa da portare, con l’asciugamano cerco di smuovere i capelli per nascondere la mia calvizie. L’ombrellone è su una piccola collina dall’erba morbida, scura e priva di sabbia. Scegliamo sempre questo posto, perché più pulito e tranquillo rispetto alla spiaggia. Il litorale è gremito di persone, per lo più famiglie con bambini e nonni al seguito. Un bambino piange, poco distante dalla riva, apparentemente senza motivo. Io e Mario, in silenzio, lo guardiamo, mentre mio padre, con saccenza mascherata da ironia, a bassa voce dice:

“Ecco un altro bambino con la sindrome dell’abbandono, sono solo capricci. Qualche schiaffo e la smette. Ad un certo punto bisogna farla finita. Troppa delicatezza fa male, rende deboli. Si sa, un rubinetto non si chiude accarezzandolo, ma con un colpo secco.”

Tutto inizia e finisce nella mano che con violenza reprime il pensiero, annullandolo. C’è spazio solo per l’azione, null’altro è concesso o ha valore. Il giudizio delle sue parole cade su me e mio fratello che non ribattiamo. È caldo, vorrei essere con Angela in montagna, non abbiamo mai fatto una vacanza insieme. Non un viaggio o una gita che ci portasse al di fuori dell’inautenticità che nel tempo abbiamo costruito. Un evitamento da manuale il nostro. Ci muoviamo in una gabbia, costruita su bugie e offese. Ora che ne vorremmo uscire, non ci riusciamo. La nostra cella apparentemente è un posto come altri. Quando scende la sera, il rumore del lucchetto che si chiude ci ricorda che non siamo veramente liberi come credevamo, ma prigionieri e senza libertà. La passeggiata continua, questa volta si parla di mia madre.

“Papà perché non è venuta con noi? È sempre chiusa in casa, dovrebbe uscire qualche volta.”

“Vostra madre è cambiata. Una volta andavamo in moto al mare e si stava sulla spiaggia tutto il giorno senza ombrellone.”

“Non vi dava fastidio il sole?” chiedo, ritornando nella conversazione.

“Sapevamo resistere, ora tua madre è diversa. A lei piace il concetto di piacere, ma nella pratica è solo sofferenza.”

Il suo modo esistenziale ricalca il mio. La soddisfazione del desiderio in me è idealmente grande, ma la realtà la rende del tutto muta e, come per lei, sofferente. Più lancio fuori e più sono terrorizzato da ciò che lancio. Resisto alle mie pulsioni, ai miei bisogni. Non esprimo nulla, vivo nella frustrazione. Il sole è troppo forte per proseguire e decidiamo quindi di tornare indietro. Sulla via del ritorno, notiamo a sinistra alcuni ombrelloni che prima non abbiamo visto. Non riportano il nome di alcuno lido e sono disposti irregolarmente sulla sabbia. Mio padre, con aria di sufficienza, guarda le persone stese intorno a noi. Come con una melodia che già si conosce ma che si riascolta per il gusto della ripetizione, chiedo a Mario e mio padre cosa pensano delle spiagge libere.

“Il mare è di tutti, non trovate? Perché devono esistere lidi o servizi a un prezzo non accessibile ad ogni persona?

“E’ di chi può permetterselo, come qualunque cosa del resto. È da straccioni avere ombrellone e sdraio per portarsele dietro. Bisogna mantenere il proprio decoro, rispettare sé stessi.”

Esito, non so come rispondere senza urlargli in faccia. La sua è una distorsione, figlia di una visione della vita ipocrita e falsa. Mio fratello non parla, né ci guarda. Sembra avere l’aria distratta, come se stesse pensando ad altro. So che in realtà lui ascolta sempre tutto. Ascolta e registra ciò che diciamo. Di fronte alle assurdità di nostro padre, ha un atteggiamento diverso. Sa che non può cambiare e per questo ha scelto di essere spettatore piuttosto che imbarcarsi in una lotta persa in partenza. Siamo agli antipodi, ma l’uno ha bisogno dell’altro per sopravvivere a questi spettacoli. Mentre mio padre parla, mi giro verso il mare per evitare di incontrare il senso delle sue parole. Di fronte alla mia esitazione, passano due bambini che ridendo corrono verso la riva.

“Non ci sono servizi, non c’è un bar, non c’è nulla. Come ho detto per il passato a tua madre, trattati da ricco che sarai ricco.”

La sua etica risolve tutto, non lascia nessun dubbio. È un uomo dalle soluzioni drastiche, assolute. Una volta formulato un pensiero, difficilmente si ricrede o torna sui suoi passi. Cosciente della sua mancanza di flessibilità, decido di non replicare. Soddisfatto del proprio successo, aumenta il passo della nostra passeggiata. Cammina, dritto, con agilità nonostante i suoi 70 anni di età. L’immobilità delle sue posizioni è tradita dal vigore del suo corpo che non sembra accusare su di sé i colpi del tempo. Io e mio fratello, più dietro, lo seguiamo. Mario, come suo solito, inizia a parlare del proprio lavoro.

“Fra i miei pazienti è arrivato un avvocato. In futuro se ne avrò bisogno, potrò avere una consulenza gratis.”

“Una consulenza gratis?”

“Si, se dovrò fare causa a qualcuno o se mi faranno causa, mi aiuterà gratuitamente. È da poco arrivato in reparto, ma si è affezionato a me perché, quando è sotto la mia responsabilità, non sente dolore. Ha una leucemia molto particolare, fra le peggiori. È da noi in ospedale da alcuni mesi e abbiamo dovuto fare diverse biopsie del midollo osseo.”

“E’ così grave come malattia?”

“Colpisce il sangue, facilitando la riproduzione di cellule che, ormai impazzite, distruggono l’intero organismo. Ciò che rende terribile questa malattia è che al momento non si conosce la sua causa. Cerchiamo di curare ma siamo molto lontani da una sua reale comprensione.”

La nostra conversazione viene interrotta da mio padre che girandosi, ci invita ad alzare il passo per arrivare all’ombrellone. Il sole inizia a diventare opprimente, la luce è così forte da rendere l’orizzonte opaco. L’aria pesante e calda che sale dalla terra, insieme all’acqua delle onde alzata dal vento, copre parzialmente il promontorio che domina la piana. Camminando, quasi a tentoni, arriviamo finalmente al nostro lido. Sono le dodici e trenta, la spiaggia è ormai piena. È fine agosto e tutti cercano di approfittare delle ultime giornate di sole. Alcuni diritti, le mani appoggiate ai fianchi, osservano l’orizzonte con espressione seria ed imbronciata. Aspettano che il mare agisca su di loro e che li liberi, rendendoli più leggeri. Saliamo verso il prato velocemente, la passeggiata ha esaurito tutte le nostre energie. Voglio solo distendermi e non parlare più. Ci guardiamo, scegliendo di comunicare senza parole che, abolite dal nostro spazio vitale, lasciano spazio a gesti, occhiate e versi. La giornata è arrivata alla sua fine. Il vento improvvisamente diventa più forte e fastidioso. Appoggiato alla balaustra, mio padre irrequieto scruta lo spazio circostante. Il mare è agitato, le onde alte e violente colpiscono la riva. Spaventato dalla propria irruenza, il paesaggio si fa più silenzioso. Molti hanno lasciato la spiaggia di primo pomeriggio, scacciati dal vento.

“Papà perché non torniamo a casa? È diventato insopportabile stare qua.”

“Hai ragione Mario, meglio iniziare a prepararci. Raccogliete tutto e non dimenticate di pulire i piedi. Io vado a fare una doccia.”

Il viaggio di ritorno si svolge in silenzio, nessuno parla. La guida nervosa di mio padre è rallentata dalla pesantezza che il mare ha lasciato su di noi. Il paesaggio oltre la strada muta rapidamente. Scomparse le villette bianche a schiera della costa, grandi vigneti ed uliveti si estendono per chilometri sulle colline circostanti. Incontriamo un vecchio stabilimento Agip i cui silos arrugginiti ancora in funzione rompono, con la loro muta presenza, il ritmo della campagna. Preso dal sonno, senza rendermene conto, mi addormento. Al mio risveglio, arrivati a casa, vedo mia madre che ci accoglie dal balcone affacciato sul cortile del nostro palazzo. Come d’abitudine in estate, le finestre sono aperte a metà, così da permettere alla luce del sole di addentrarsi, lasciando in penombra le stanze. Entro in silenzio, intontito e stanco del caldo. Mia madre guarda me e mio fratello. È felice di riaverci a casa o probabilmente rilassata dall’aver passato un’intera giornata da sola, con l’unica compagnia delle mura domestiche. È molto legata alla nostra casa, nonostante dica di non vedere l’ora di andarsene per cambiare vita. Tutti i giorni, senza che ve ne sia necessità alcuna, spolvera ogni mobile e pulisce ogni suo angolo a fondo. Ha sempre giustificato la pedanteria delle sue pulizie con la necessità di essere pronta ad accogliere ospiti. “Pietro, l’ordine e la pulizia sono il tuo biglietto da visita verso le persone.” mi ripeteva quando, da piccolo, la osservavo spazzare o lavare a terra. Lei spolvera e rassetta per degli ospiti che non arrivano mai. Vive, più di mio padre, questa casa come una gabbia. Da tempo il suo orizzonte si esaurisce nei lampadari e nei mobili del nostro appartamento. Ciò che dovrebbe proteggerla, la ingabbia, illudendola di poter uscire in ogni momento per negoziare con il mondo. Di fronte allo sguardo di mia madre, mi sento improvvisamente perso. Non voglio sentire i suoi ordini su dove sederci e su cosa non toccare. Sono lì nella loro stessa stanza ma non li sento. Vorrei essere in grado di sorridere e dissimulare con questo sorriso la mia non curanza per le loro parole.

“Caterina abbiamo usato solo due teli, quello rosso è pulito.”

“Vanno lavati tutti, li avete portati fuori. Mario come era il mare? Sei un poco rosso sul petto.”

“Tutto bene mamma. Io e Pietro abbiamo fatto il bagno insieme. C’era troppo vento e molta gente è andata via prima.”

“Dovreste andare più spesso. Soprattutto per te Mario, passi troppo tempo chiuso in ospedale. Chi si lava per primo? Si è fatto tardi e devo ancora finire di pulire, aspettavo voi.”

“Mamma vado io, preparami il letto così dopo posso stendermi.”

Esortato dall’invito a far presto di mia madre, dopo pochi minuti sono in bagno. La porta è chiusa ma le loro voci arrivano fino a me. Sento le imprecazioni di mio padre e i singhiozzi di mia madre, ma non riesco a capire cosa dicono. Il rumore di un piatto che viene lanciato a terra e va in frantumi interrompe la discussione. Mia madre mi porta accappatoio, mutanda e calzini cercando di nascondere la sua paura. Il suo viso, indurito dalle rughe, ha lo sguardo strozzato ed incapace di esprimersi. I capelli, prima sistemati in una coda di cavallo, sono ora disordinati e arruffati. Con gesto meccanico posa i vestiti sulla lavatrice accanto alla scarpiera ed esce. Vorrei chiederle cosa sta succedendo, a cosa sono dovute quelle urla, ma ogni parola muore prima di essere pronunciata. Il lavandino, accanto la doccia, riporta alla mente le parole di mio padre: un rubinetto non si chiude accarezzandolo, ma con un colpo secco.

di Fabrizio Campanile

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