Un incrocio tra una puttana e una suora, o : contro la cancrena della poesia

21.03.2021

Riflessioni su Anna Andreevna Achmàtova (1889-1966)

Tra i disegni di Amedeo Modigliani ve ne sono alcuni che rappresentano una donna elegante dai tratti fini ma duri, con il viso coronato dalla caratteristica frangetta, gli occhi da “leopardo delle nevi”: quella donna è Anna Achmàtova, uno tra i migliori poeti del Novecento. Voce della dissidenza e dell’intero popolo russo nel suo momento più buio. Anna Gorenko (questo il cognome originario, sostituito con quello della nonna di origini tartare per il disprezzo che il padre aveva dei suoi versi; il cognome deriva in linea diretta dal Khan Akhmat, condottiero discendente di Gengis Khan) ha saputo raccontare con una lirica introspettiva il suo tempo, in un’epoca in cui le vie di Mosca e Leningrado erano popolate da alcuni tra i più altisonanti nomi della letteratura: Majakovskij, Esenin, Blok, Pasternak, Bulgakov. Accanita lettrice di Dante e appassionata di poesia italiana, Anna fu in Italia nel 1912, visitò Bologna e altre città del Settentrione e ricordando quella esperienza scrisse che fu “simile a un sogno che ti rammenti per tutta la vita”. Si racconta che a qualcuno che le chiedeva se leggesse Dante avesse risposto “io non faccio altro che leggere Dante”. Probabilmente era conscia, Anna Andreevna, di ciò che Erenburg dirà tanti anni dopo ad Enzo Biagi, che ne scrisse in Lubjanka: “il poeta non può isolarsi, nella Commedia Dante esprime le passioni del suo tempo”.

Ma qui si rende irrimandabile una premessa sui motivi. Perché infatti rispolverare una poetessa russa sovente definita dissidente? Dove rinvenire la sua attualità? E ancora: che giovamento può trarne il lettore di sinistra?

In un contesto storico quale quello che viviamo, cioè di abbandono della funzione poetica, di lotta contro la poesia, rileggere Anna Achmàtova è un gesto rivoluzionario nonché, nell’intimità in cui i suoi versi precipitano chi li legge, un atto poetico. Anna Achmàtova appartiene ad una generazione di poeti al riparo dalla rivoluzione tecnologica e dall’imbarbarimento a cui il boom economico ha costretto la parola, e di preciso appartiene a quella generazione che – disse qualcuno – “ha dissipato i suoi poeti”. Poiché Achmàtova è borghese di una borghesia paleoindustriale risulta quantomai utile da leggere oggi, con gli occhi di una società in cui non c’è più alcuno spazio di ragionamento al di fuori del contesto borghese (inteso ora col suo significato più ampio e più laido – non più soltanto di ideologia quindi, ma di malattia), tantopiù che oggi anche la cosiddetta “nuova sinistra” vive e si nutre dello spazio politico dei social network coi quali si è auto-inflitta la più stupida prigionia, rifiutando il suo spirito collettivo al grido di “oggigiorno si deve fare così”. Rileggere Achmàtova per un lettore di sinistra vuole allora dire estrinsecarsi da sé, tornare al momento subito precedente il disastro culturale del nostro Paese per ritornare al noi, all’oggi; per ripulire la vista da quella nebbiolina fioca e insulsa cui i social network ci hanno (inconsapevolmente, poiché si dubita che i loro stessi creatori potessero immaginarne esiti così permeanti nella vita collettiva, basti pensare a Facebook – nato tra i segaioli di Harvard come un Tinder ante litteram dal malcelato gusto maschilista – che oggi i gruppi femministi rivendicano come loro principale campo d’azione) inconsapevolmente, dico, abituati.

Anna Achmàtova non è quello che manca oggi alla società, visto che alla società odierna è la poesia stessa a mancare. La poetessa russa è, però, un adeguato punto da cui ripartire. Si noti a proposito che a Bologna, città dove questa rivista nasce e alla quale, almeno per il momento, si rivolge, il massimo sforzo poetico è oggi quello del Movimento di Emancipazione della Poesia (MEP). Un movimento di seviziatori della poesia che hanno dato sfogo al loro conformismo abbruttendo muri e parchi con formati “fotografabili” di poesia: pochi versi nella forma ormai dittatoriale della didascalia acchiappa-like (pare che si dica così). Ciò che di emancipatorio risulta dal loro operato è forse la volontà di emanciparsi dall’intelligenza. “C’è tanta poesia a stare zitti se non si ha niente da dire” cantava Lucio Dalla. Che fare? Come opporsi a un uso consumistico, borghese e quindi disamorato della parola poetica? Viene in soccorso qui Anna Andreevna, poetessa del dolore collettivo. A proposito di silenzio quello dell’Achmàtova durò molto, quasi vent’anni, nei quali si dedicò allo studio di Puškin, tanto da tornare a pubblicare solo nel 1940. I saggi puškiniani sono le uniche pubblicazioni prima de “Il Salice”, che reca la terribile epigrafe di Puškin: “è un decrepito fascio di alberi”. La guerra è a Leningrado e bussa alla porta di Anna. “Gli uccelli della morte sono allo zenit. / Chi andrà a soccorrere Leningrado? / (…) Ma questa mole è spietata. / E da ogni finestra la morte guarda.” Scrive nel settembre del ’41. Il 1941 è proprio l’anno dell’Operazione Barbarossa: la Wehrmacht invade la Russia. L’assedio di Leningrado farà morire di fame circa mezzo milione di civili, l’Achmàtova riuscirà ad evacuare trasferendosi a Taškent, dove comincia a lavorare a una serie di poesie che confluiranno nel “Poema senza eroe” (Poema bez geroja). Anna come altri intellettuali viene chiamata dal partito a parlare alla radio per risollevare il morale dei russi. Del ’42 è uno dei più celebri e potenti componimenti achmatoviani, Il coraggio, che con tono solenne esorta alla difesa della Patria:

Sappiamo ciò che sta sulla bilancia,

ciò che oggi si compie. L’ora del coraggio

è suonata sul nostro orologio

e per noi non passerà mai più.

Non ci spaventa cadere

sotto il piombo, restare senza tetto:

noi salveremo la russa favella,

l’altissimo verbo russo.

Lo porteremo puro e libero

Ai nipoti: mai sarà prigioniero,

mai più.

L’Achmàtova, come altri letterati russi (la lettera di Bulgakov a Stalin dopo il suicidio di Majakovskij era animata dal medesimo sentimento), ebbe spesso la tentazione di fuggire dalla Patria, forse perché “ghiotta, ghiotta di vivo / sangue è la terra russa” come recita un suo componimento. Ma non lo fece mai, restando fedele al suo popolo sin dagli anni terribili della Prima guerra mondiale, scrive infatti in Piantaggine (1917):

Quando nell’angoscia del suicidio

Il popolo aspettava gli ospiti tedeschi

E lo spirito austero di Bisanzio

S’involava dalla Chiesa russa,

Una voce mi chiamava confortevole,

Dicendo: “Vieni qui, lascia

Il tuo paese peccaminoso e sordo,

Lascia la Russia per sempre.

Laverò le tue mani del sangue,

Trarrò dal tuo cuore la nera vergogna,

Con un nuovo nome coprirò

Il dolore di sconfitte e di offese.”

Ma calma e indifferente

Mi tappai con le mani gli orecchi

Perché da questo discorso indegno

Non fosse profanato lo spirito afflitto.

La seconda guerra mondiale ha lasciato una cicatrice indelebile su tutti i popoli europei, primo tra tutti quello russo che nel ’45 contava 25 milioni di morti (in Italia, per avere un paragone, furono circa cinquecentomila). Anna aveva viaggiato molto per l’Europa e pure era stata a Parigi alla quale, caduta sotto l’invasione nazista, dedicherà gli amari versi:

Non odi salmo funebre

quando interrano un’epoca,

hanno il compito di abbellirla

l’ortica, il cardo.

I becchini soltanto

lavorano sodo. È urgente!

Di lena. È urgente la cosa!

E fa un silenzio, Signore, un silenzio

che si sente come cammina il tempo.

Più tardi riemerge, quasi in un fiume

a primavera un cadavere;

ma il figlio non riconosce la madre,

il nipote si volta angosciato,

e le teste si infossano più basse,

e come un pendolo muove la luna.

Ecco, così su Parigi, perita,

ora c’è questo silenzio

Negli anni del Terrore staliniano Anna Andreevna perde il secondo marito (il primo, Nikolaj Gumilëv, era già stato fucilato nel 1921) e patisce l’arresto dell’unico figlio Lev. Proprio in quegli anni, insieme a centinaia di madri russe, Anna passa le giornate in fila davanti alla Kresty (le Croci), la prigione di Leningrado dove era rinchiuso suo figlio. Lì le donne stavano in fila sotto il gelo dell’inverno e l’afa dell’estate con un pacchetto da consegnare per il detenuto; se al proprio turno il pacchetto veniva rifiutato significava una sola cosa: non c’era più alcun destinatario, oltre il muro, cui consegnarlo. È in quei mesi sofferti che nasce Requiem, la cui genesi viene raccontata nella notissima prefazione:

Nei terribili anni della “ežòvščina” ho trascorso diciassette mesi a fare la coda presso le carceri di Leningrado. Una volta un tale mi “riconobbe”. Allora una donna dalle labbra bluastre che stava dietro di me, e che, certamente, non aveva mai udito il mio nome, si ridestò dal torpore proprio a noi tutti e mi domandò all’orecchio (lì tutti parlavano sussurrando):

– Ma lei può descrivere questo?

E io dissi:

– Posso.

Allora una specie di sorriso scivolò per quello che una volta era stato il suo volto

Ed effettivamente Anna può, dunque scrive. Anna scrive e con le altre donne sue amiche impara ogni verso a memoria, la censura non permetterebbe mai di pubblicarli. Non vengono pubblicati, infatti, se non nel ’62, anno in cui Requiem inizia a diffondersi in maniera clandestina, come samizdat. Tu sai cos’è, lettore, un samizdat? Seguimi, perché la storia si fa avvincente. Racconta Natalija Gorbanevskaja, nel suo saggio “Aria rubata”, di come ebbe inizio la diffusione del poema: «Un giorno di dicembre del 1962 fui partecipe di un avvenimento che ritengo straordinariamente importante: mentre mi trovavo da Anna Achmàtova, in uno degli appartamenti di Mosca dove veniva ospitata, io – come molti altri a quei tempi – ebbi il permesso di trascrivere il suo Requiem. (…) Porgendomi una penna a sfera, Anna Andreevna mi disse: “con questa matitina prima di lei ha copiato Requiem Solženicyn”. Ma oltre che da me e da Solženicyn a casa dell’Achmàtova, – con quella “matitina” o con un’altra – Requiem era stato copiato da decine di persone. E naturalmente tutti, o quasi, ritornati a casa si erano messi alla macchina per scrivere. Io stessa l’avrò ribattuto, penso, una ventina di volte, in quattro copie ciascuna. Diffondendo il Requiem tra amici e conoscenti, facevo sempre una semplice richiesta: “Ricopiatelo, e poi restituitemene una copia”. E così ricominciava il giro. In questo modo, solo dalle mie mani uscirono e si diffusero centinaia di Requiem, ma la sua tiratura complessiva nel samizdat raggiunse almeno qualche migliaio di copie». Ecco, lettore, avrai ormai capito da te solo cos’è un samizdat: è un termine breve stante a significare, idealmente, come si abbatte un totalitarismo. Che hanno mai di tanto crudo questi versi da necessitare un circuito clandestino? Sono versi pesantissimi che raccontano dei mesi trascorsi in fila, col pacchetto in mano, a festeggiare il capodanno nel freddo, piangendo la sorte:

Se mostrato t’avessero, burlona

(…)

Quel che sarebbe della tua vita:

Startene col pacco,

Trecentesima sotto le Croci

E con le tue lagrime cocenti

Sciogliere il ghiaccio dell’anno nuovo.

Là si dondola il pioppo del carcere,

E non un suono – ma quante

Incolpevoli vite vi hanno fine…

La violenza, il lutto, vengono elaborati nella poesia di un racconto collettivo, “la parola poetica, ricordando quella violenza, viene a riparare quella solitudine, quell’assenza di memoria. Restituisce visibilità alla vittima, è una forma di restituzione” scrive E. Romito nel saggio Ricordare Resistere. Così la poesia achmatoviana del silenzio migra dolorosamente da quello che il critico Mocul’sckij, in commento a Stormo bianco del 1917, definiva “un volo nel pathos” a una forma pura di poesia civile. È il canto in versi di una poetessa vicina al suo popolo, in mezzo al suo popolo, proprio nel momento del dolore più assurdo. Non a caso Requiem si apre con queste parole:

No, non sotto un estraneo cielo,

Non al riparo d’ali estranee:

Ero allora col mio popolo,

Là dove il mio popolo, per sventura, era.

Non una “Saffo russa”, dunque, come la si è inquadrata per troppo tempo ancorandola ai suoi primi versi d’amore, bensì una voce del popolo. Anna conobbe e si innamorò del filosofo Isaiah Berlin, allora primo segretario dell’ambasciata inglese in Urss e la vicenda fu resa pubblica dal giornalista Randolph Churchill, figlio di Winston. Il PCUS non aspettava altro per colpirla, nell’epoca della strettissima censura zdanovista. Sommersa ancora una volta dalle accuse di essere nostalgica del periodo zarista e di cosmopolitismo – proprio come Pasternak – piovvero su di lei nuove e più dure critiche di quelle che l’avevano accompagnata già dai primi anni di attività. Insultata da critici e giornali, nel 1946 fu espulsa dall’Unione degli scrittori sovietici a causa dei suoi scritti definiti “estranei allo spirito del popolo sovietico”; Ždanov la definì “un incrocio tra una puttana e una suora”. Si dovrà aspettare il ’48, anno della morte per infarto di Ždanov, perché i giornali riprendano a parlare di lei e il ’51 perché, come d’incanto, le venga restituita la tessera: il compagno Governo aveva evidentemente cambiato idea su Anna Achmàtova. Soltanto nel ’56 riprenderanno le pubblicazioni dei suoi libri. Nella fase della destalinizzazione si ricomincerà a darle il lustro che tutto il popolo le riconosceva, inequivocabilmente testimoniato dalle celebri statuette in porcellana ideate da Natalija Danko: leggenda vuole che in ogni casa russa ve ne sia una. Tanta è oramai la fama di Anna che le verrà assegnata una dacia, residenza di campagna che il governo concedeva ai letterati. Lì andavano a trovarla molti giovani poeti, tra cui Iosif Brodskij, premio Nobel per la letteratura, che intervistato sul rapporto con Anna ricorda: “era una delle donne più belle del secolo, maestosa, con una testa formidabile” e ancora “una bevitrice formidabile, se c’è stato qualcuno che sapeva bere era l’Achmàtova”. Quando torna in Italia, nel 1964 (veniva a ricevere il Premio internazionale di poesia Taormina), non è più la ragazzina dell’elegante sobborgo di Odessa, dove nacque: è una donna spezzata dalle guerre e dalla vecchiaia. Nel ’65 Anna è all’Università di Oxford per ricevere una laurea honoris causa. Muore l’anno seguente nei pressi di Mosca, sessantasettenne; al giovanotto che l’accompagna dal notaio a fare testamento Anna confida: “ma di quale eredità parliamo? Quando sarà il momento mettiti sotto il braccio il disegno di Modì e fila via!”.

                                                                                                         

Di Giovanni Paolo Gargiulo

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