“Quando i fatti dettano legge alla legge”. Una riflessione a partire dal processo costituente cileno

01.06.2021

Un paese sudamericano, in cui tutto sembra in stato di quiete, diventa scenario di una rivolta che ha l’intento di rompere con il passato. Un evento apparentemente insignificante scatena un fermento sociale in grado di mettere in discussione un intero sistema. Qual è l’esito della “sfida” tra fatti e legge, chi è che prevale e condiziona l’altro? Il Cile come laboratorio di una transizione costituzionale è al centro del saggio “Aquì se funda un paìs. Viaggio nella rivolta del Cile”.

Cos’è la legge? Una fonte del diritto, ci dice l’art. 1 delle Disposizioni sulla Legge in generale (le c.d. preleggi). Oppure, ancora, l’estrinsecazione di una scelta politica orientata a uno scopo: dare un ordine, una struttura alla società. Ma è totalmente bianco il foglio su cui si scrive una legge? Ci sono delle regole per poter dettare nuove regole?

Probabilmente è un vezzo dei giuristi quello di sussumere ogni fatto umano in una norma giuridica, cioè un elemento che lo legittimi o lo incrimini; o comunque di leggerlo attraverso la lente del diritto, intesa come foriera di certezza. A un certo punto, però, ci si scontra con un limite: “Il momento di transizione da un ordinamento a un altro è il vero scoglio per i filosofi del diritto poiché avviene uno spiazzante sovvertimento del rapporto tra fatti e norme” scrive Clelia Bartoli.

Bartoli, filosofa del diritto presso l’Università di Palermo, nel suo saggio “Aquì se funda un paìs. Viaggio nella rivolta del Cile” racconta e allo stesso tempo analizza il periodo di rivolte che ha animato il Cile da ottobre del 2019. L’aumento del biglietto della metro, tutt’altro che un fatto isolato, ha attivato un percorso culminato con la rimessione al popolo cileno della scelta cruciale: si cambia la Costituzione? Esattamente a un anno dall’inizio della mobilitazione (il voto è stato posticipato a causa della pandemia), lo scorso ottobre 2020 l’esito del referendum ha visto la vittoria del sì e dell’opzione per una Convenzione Costituzionale, cioè eletta ex novo. Che sia davvero l’occasione per una cesura netta rispetto al regime di Augusto Pinochet?

Dopo aver riportato in forma narrativa il vissuto della rivolta, l’autrice si è interrogata sul suo fondamento. E qui, un’osservazione brillante: quei fatti capaci di dettar legge alla legge, possono essere una rivolta di stampo socialista, ma anche un golpe militare. È sempre un bene quindi che i fatti siano suscettibili di modificare le leggi?

Più che fare un apprezzamento di valore, forse sarebbe il caso di dire che è quanto avviene nel momento in cui si dà principio a un nuovo ordinamento: validità ed efficacia coincidono. Le leggi evolvono, per quanto poi ciò possa avvenire più o meno drasticamente; anche se, talvolta, la drasticità del cambiamento potrebbe rivelarsi particolarmente opportuna. Si pensi al codice penale italiano, il Codice Rocco del 1930, mai abrogato e riscritto, ma costituzionalmente re-interpretato, integrato, modificato nel corso del tempo. In quel caso, perché non rompere del tutto i legami con l’approccio alla materia penale del legislatore fascista, com’è stato fatto nel 1988 con il codice di procedura penale?

Ci sono delle altre situazioni, invece, in cui il compromesso è la chiave di volta necessaria perché il sistema tenga. È questo che è avvenuto in Italia, ad esempio: dietro ognuna delle 139 disposizioni della Costituzione del ’48, c’è il dialogo delle forze politiche, il compromesso voluto e raggiunto per superare la fase storica del fascismo. Che sia successo altrettanto in Cile?

Nel novembre 2019, poco dopo l’inizio della rivolta, il Parlamento Cileno ha approvato l’Accordo per la pace sociale e la nuova Costituzione. In sostanza, sono stati gli stessi poteri costituiti a regolamentare la transizione. Da un lato, non si è mai usciti dall’area della legalità; dall’altra parte, questo ha inibito, di fatto, una cesura netta col precedente sistema. Elemento critico, infatti, è il requisito della maggioranza qualificata richiesta per approvare ogni disposizione, nonché il vuoto normativo circa l’ipotesi di non raggiungimento dei 2/3: in questa ipotesi, continuerebbe a valere la norma precedente? D’altronde, questa transizione più “soft” si presta probabilmente di più ad essere “condivisa”, quindi a poggiare su una base di legittimazione più ampia.

Il libro, però, non si limita all’analisi della transizione, spingendosi nella descrizione di questo fenomeno che è riuscito a coinvolgere così animatamente la popolazione, persino durante il blocco globale dovuto alla pandemia da Covid-19. È un fermento che riporta (o dovrebbe riportare) in alto l’attenzione sul ruolo del cittadino nella vita dello Stato e spinge di conseguenza a chiedersi: quale peso ha il cittadino nella res publica? Le assemblee di vicinato, i comitati di quartiere, i laboratori di idee, nella rivolta cilena sono stati parte del movimento di meticolosa costruzione del cambiamento. “Solo chi ha la libertà di essere libero può pensare di fare la rivoluzione”, direbbe Hannah Arendt. La mente va alla cultura, che proietta verso mondi e prospettive diverse e ulteriori rispetto a quelle materialmente presenti, che prima apre scenari antitetici o anche solo diversi rispetto allo status quo, per poi fornire gli strumenti per provare ad arrivarci. Certo, è utopico pensare che il fermento possa perdurare per un tempo indeterminato, o quantomeno con la stessa intensità.

Cosa può dire a un europeo il processo costituente cileno? L’Europa è costituita da sistemi democratici, che sostengono – non sempre dandone riscontro nella realtà – di essere attenti alla tutela dei diritti umani; ma è un sistema barcollante. Infatti, il catalogo di diritti riconosciuto in capo ad ogni individuo si innesta in un sistema la cui tenuta è garantita in larga parte dall’adesione effettiva dei soggetti pubblici, da intendersi come la predisposizione di strumenti di garanzia concreti. La pura legalità formale, in sostanza, non è di per sé sufficiente per poter proclamare il riconoscimento dei diritti umani. Pensare ai motivi della mobilitazione cilena, reduce da sistematiche violazioni dei diritti umani perpetrate dallo stesso corpo dello Stato, può ricordarci che la democrazia è un fuoco da alimentare e che alcuni valori – tutelati oggi in via espressa dall’Unione Europea attraverso l’art. 2 del Trattato sull’Unione Europea – richiedono una garanzia costante.

“L’apatia politica è diretta conseguenza della sensazione dell’irrilevanza del proprio agire per il bene collettivo”. In questo periodo storico, ci sarebbero tutti i presupposti per deporre le armi davanti alla prospettiva di un agire pubblico, anche solo per l’impossibilità di frequentare fisicamente i luoghi di aggregazione e partecipazione. Come emerge dal bellissimo paragrafo “Intimità di una rivolta”, elemento imprescindibile, però, è la volontà profonda del cambiamento. Cos’è la volontà? Probabilmente un processo personale, che trae origine dalla presa di coscienza di ciò che è e di ciò che potrebbe essere, per poi sfociare in una direzione diversa e ulteriore rispetto al conosciuto. Tutto questo, in un processo dicotomico tra gli eventi che ci cambiano e noi che partecipiamo al loro divenire. D’altro canto, come si può pensare di cambiare il mondo senza partire da noi stessi e di non cambiare noi stessi quanto attorno a noi tutto cambia?

di Federica Gitto

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