Non dateci ragione, fateci sentire le vertigini. Il pensiero critico è sempre più raro?

28.06.2021

Il dubbio è questo: potremmo essere di fronte, ormai da tempo, ad un fenomeno di omologazione e semplificazione del pensiero che, come Giano Bifronte, ci presenta due facce.

Leggendo le parole che l’ex calciatore di Juventus e Nazionale, Claudio Marchisio, ha speso sulla vicenda del giovane Seid Visin sorgono alcune riflessioni.

Innanzitutto, è utile chiarire alcuni passaggi preliminari: un atleta, in particolare un atleta della Nazionale, che si espone su temi politici, non fa niente di strano, né tantomeno di nuovo. Gli sportivi, grazie alla visibilità di cui godono, hanno in passato rivestito spesso ruoli politicamente impegnati, a volte con esiti straordinari, e lo stesso Marchisio non ha iniziato ieri questo percorso. A meno di osservare il fatto con malizia, non sorgono dubbi sull’onestà intellettuale con cui si è pronunciato l’ex calciatore: quando parla del razzismo sistemico del nostro Paese non lo fa certo perché è a caccia di visibilità e di like. L’altro presupposto è che la riflessione che segue prende le mosse dal post di Marchisio per puro caso, in quanto parte di un fenomeno più ampio, e non perché sia un post particolarmente divisivo o difficile da interpretare.Il dubbio è questo: potremmo essere di fronte, ormai da tempo, a due fenomeni di omologazione e semplificazione del pensiero, o più probabilmente si tratta di un unico fenomeno che, come Giano Bifronte, ci presenta due facce.La prima consiste nella progressiva riduzione di democrazia nel pensiero, la cui conseguenza è la scomparsa del dialogo. Pasolini cinquant’anni fa, come un moderno Laocoonte, ci avvertiva del rischio che i mass media rappresentano per la democrazia. Il problema che evidenziava, parlando della televisione, non era la possibilità che i media di massa influenzassero in modo devastante e incontrollato le elezioni, e il processo democratico nel complesso, come abbiamo imparato a conoscere anni dopo – prima ancora di Cambridge Analytica, il pensiero va alla parabola di Silvio Berlusconi. La preoccupazione di Pasolini era un’altra: il cittadino che riceve il messaggio attraverso la tv lo fa passivamente, senza partecipare al dialogo, ed egli, posto in rapporto di inferiorità verso chi si esprime, diventa un mero consumatore.

Se è vero dunque che questo fenomeno è stato scoperto e analizzato più di mezzo secolo fa, è altrettanto vero che internet e i social network hanno rappresentato, e forse rappresentano tutt’ora, l’illusione di aver bilanciato il problema. Il mito della democrazia diretta di internet, media di massa a partecipazione diffusa, resiste ancora oggi, così come il mito di aver creato, con i social network, un canale orizzontale di contatto fra le star e i fan, fra i governanti e i governati, fra i giornalisti e i lettori, fra gli influencer e i follower.

Al di là dell’incontestabile disuguaglianza economica che i social, e internet in genere, mantengono e a tratti amplificano, invece di ridurre, è sulla presunta orizzontalità del canale comunicativo che occorre concentrarsi. Mettere like e commentare le storie e i post di politici, attori, sportivi e ovviamente influencer ci dà l’impressione di partecipare ad un dialogo. Siamo tutti consapevoli del fatto che chi produce i contenuti mediatici abbia una posizione economica superiore alla nostra, grazie alla quale ha comprato parte della propria visibilità, ma le modalità con cui riceviamo il contenuto smussano questa percezione. Il messaggio è, almeno nella forma, domestico e imitabile: può essere ad esempio un video con la telecamera del telefono in cui un’influencer struccata, o un politico mentre mangia, ci parlano ed esprimono le loro idee. Come per un post o un selfie, non servono agganci in Rai, soldi, talento e visibilità per farlo: lo possiamo fare anche noi, mentre passeggiamo per strada o siamo buttati sul divano. Possiamo commentare subito sotto (molti influencer tra l’altro rispondono ai commenti, in modo più cordiale di Mentana) e poi possiamo discutere e litigare con gli altri follower che commentano come noi.

Ma tutto ciò non evita il fatto che stiamo semplicemente ricevendo, passivamente, il pensiero altrui. I like e i commenti non inclinano il piano – verticale – della comunicazione più di quanto non lo faccia il telecomando con cui cambiare canale in tv: siamo consumatori, affacciati su un palco calcato dai solisti, e l’unico gesto di partecipazione che ci viene richiesto è di rimanere affacciati e di non scorrere col dito al prossimo palco.

Il più grande fraintendimento sul tema è contenuto nella diffusa critica alle persone famose che si espongono politicamente sui social network: vengono additate di essere ipocrite e di affrontare determinate tematiche solo per ottenere maggiore fama e ripulirsi l’immagine di “privilegiati”. Se non completamente falsa, è sicuramente molto opinabile come critica. Non si vede perché una persona famosa non debba pensare determinate cose, e non voglia sfruttare la propria posizione per diffondere un messaggio in cui crede.

Come già detto in principio, il problema non è l’onestà intellettuale degli influencer (o di chiunque utilizzi i social con una certa intensità), ma le modalità con cui riceviamo il loro messaggio. Un meccanismo così verticale e rigido impedisce qualunque forma di dialogo, che necessita invece di forme di comunicazione orizzontali, flessibili, partecipate, e soprattutto conflittuali. Televisione e instagram hanno ottanta anni di differenza, ma condividono lo stesso difetto intrinseco: non si può interrompere chi parla, si può solo cambiare canale. In altre parole, decidere se consumare o meno un prodotto mediatico, senza parteciparvi.

Questa negazione del dialogo e del conflitto si traduce negli esiti che conosciamo: da una parte l’impressione, giustificata, di vivere in una bolla, in cui tutti la pensano come noi, tutti seguono le stesse persone famose che seguiamo noi, le quali prima o poi diranno qualcosa di forte su un tema a noi caro. Dall’altra parte l’assoluta incomunicabilità con chiunque appartenga ad una bolla diversa: ci sembrano alieni, gente che straparla di cose assurde, persone con le quali l’unica interazione è l’insulto e la perculata (cose diverse dal conflitto), secondo canoni e terminologia standardizzati – boomer, sdraiati, simp, piddini, fasci, comunisti col rolex, radical chic, 104, professoroni, quelli che lavorano. Insomma, il mondo che si divide in due categorie.Se la riduzione del dialogo e del conflitto è la prima faccia del fenomeno, l’altra riguarda una figura particolare, che da perno indispensabile di una democrazia è diventato, nell’immaginario collettivo, quasi un nemico della stessa: l’intellettuale.

È innegabile che oggi come cinquant’anni fa esistano studiosi, artisti, filosofi di grandissima statura intellettuale e di grandissimo impegno politico. Ma è altrettanto evidente che in questo periodo storico vi sia una proliferazione di opinioni “mordi e fuggi”, immediate e a ritmo continuo, rivolte unicamente al proprio pubblico fedele. Appena succede un fatto di rilevanza politica inizia il ciclo della narrazione, e per qualche giorno su tv e social network ascoltiamo opinionisti, giornalisti, politici, artisti e altre facce note esprimersi, a caldo, sul tema: ne nasce, appunto, una narrazione, con martiri, eroi e antagonisti, che si conclude con giudizi e massime. “Il morale della favola è … ” e poi si va avanti, sul prossimo caso.

Indubbiamente le tecniche comunicative di cui si trattava prima facilitano questo sistema, ma è anche verosimile che le voci che oggi si alzano a parlare di tutto (letteralmente, di tutto) non siano le voci di intellettuali.

Manca un percorso lento e lucido, a freddo, di studio e di analisi della realtà perché l’opinione espressa sia effettivamente un’opinione critica, e non semplice narrativa. La conseguenza è che chiunque affronti questi problemi non raggiunge mai l’obiettivo che la critica, e in particolare la critica di sinistra deve porsi: metterci a disagio.

Sicuramente l’intellettuale è colui che riesce a descrivere la realtà in modo particolarmente efficace, ma l’essenza del suo ruolo è quella di farci vedere, di farci sentire la distanza tra ciò che pensiamo e pratichiamo nelle nostre vite e ciò che potrebbe essere veramente importante. Metterci di fronte al baratro che separa il nostro quieto vivere da una consapevolezza maggiore, da una vita più vera, da un pensiero più profondo e completo.

Vi è oggi chi, come Zerocalcare, mette realmente a disagio i propri lettori (e non a caso Damilano lo soprannominò, con una trovata efficace, ma forse non del tutto assurda, “l’ultimo intellettuale”); non è l’unico, ma né Marchisio né Fedez, né Saviano né Murgia né Gheno provocano uno scompenso intellettuale profondo nel lettore-consumatore, perché militano, ognuno ed ognuna a modo suo, con energia e consapevolezza, ma si occupano di ciò che è visibile e non del vuoto, di ciò che ci è vicino e non di ciò che ancora non siamo in grado di vedere.                                           Nessuno prova le vertigini davanti a cose che vede già e nessuno mette in dubbio le proprie idee davanti a pensieri allineati e coerenti, visibili. Le parole di quanti, come Marchisio, si espongono su migranti, diritti civili, razzismo, patriarcato, eccetera, tutt’altro che banali o ipocrite, sono però semplicemente parte della colonna sonora, musica d’ambiente della nostra bolla, del nostro sistema. Necessarie, ma non sufficienti.Si potrebbe fargliene una colpa, ma la verità è che aprire la bolla e strappare il cielo di carta delle nostre certezze non è il loro compito: chi lo aveva o se n’è andato o fa molta fatica a farsi sentire.

di Eugenio Chemello

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