L’ombra dell’agnello

31.03.2021

Se l’ombra rimane al buio è perchè siamo noi a volerlo. – foto di @fiorella_villani

È difficile capire la nostra identità, dichiarare con certezza chi siamo e qual è il nostro obiettivo.
È difficile perché non ne abbiamo solo una, siamo costituiti da sfaccettature diverse che fondendosi insieme plasmano ciò che siamo.
Mostriamo diverse maschere e come quando scegliamo cosa metterci, allo stesso modo scegliamo quale maschera indossare per un determinato evento. Il nostro Sé è caratterizzato da più facce della stessa medaglia, con le quali presentiamo la nostra identità sociale agli altri individui. Questo fenomeno è evidente soprattutto sulle piattaforme digitali come Instagram, dove attraverso i post e le storie possiamo creare o mettere in mostra la versione di noi che ci piace di più.
Il problema sta quindi nel decidere quale di queste presentare agli interlocutori con i quali ci relazioniamo.
Tra queste si nasconde anche quella che tendiamo sempre a escludere. Quella che non viene mai scelta quando componiamo le squadre per giocare nell’interazione, che abbiamo deciso di non mostrare per incompatibilità con le azioni che coscientemente compiamo. Nella psicologia di Jung, infatti, la psiche umana è una totalità conscia e inconscia allo stesso tempo, e l’ombra è inserita nella parte inconscia. La personalità umana è dunque caratterizzata da una parte di luce, che comprende le sfaccettature del Sé, e una parte di ombra, costituita dagli aspetti più atavici, della natura dell’uomo primitivo, istintivo, irrazionale, che non indossiamo come maschera primaria nelle interazioni perché inaccettabili secondo gli standard della società.
Viene chiamata ombra proprio perché come tale non si stacca dal corpo. Lo insegue anche quando si allontana e si manifesta solo in presenza della luce. È uguale all’individuo nella forma, ma è opposta nell’operare.
Non è quindi un doppio, anzi, le due parti dovrebbero essere integrate. Ma nessun individuo farebbe mai conoscere la sua parte oscura, perché nella dignità e nella compostezza sociale correrebbe il rischio di essere incompreso e rifiutato, quando per la nostra cultura il rifiuto è sinonimo di non essere abbastanza, di fallimento. Proprio per questo tende a sopprimere la sua ombra, arrivando a dimenticarne l’esistenza, convincendosi che questa appartenga al passato, a uno stadio infantile, immaturo, ormai superato.
Dovremmo quindi considerarci bugiardi o falsi siccome tendiamo a nascondere una parte di noi o è legittimo contenersi per educazione civile e morale che va al di sopra della nostra identità completa? Bisognerebbe sottostare alle leggi del pudore e del buonsenso o credere che la libertà massima personale sia più importante anche se porterebbe a un’assoluta anarchia?
È qui che entra in gioco il retroscena.
Erving Goffman ha descritto l’interazione sociale come un’opera teatrale. Gli attori interagiscono tra loro sul palcoscenico, recitando le parti più opportune in base al contesto. Quando l’interazione è conclusa gli attori si ritirano nel retroscena, dove non interpretano più nessun ruolo e rimangono nudi davanti allo specchio, interrogandosi su chi sono realmente, e dove l’ombra si manifesta nella sua forma più esponenziale.
Di conseguenza il nostro vero Io è formato esclusivamente dall’ombra? No, ma questa prevale quando siamo soli, inosservati. L’ombra non sarà mai repressa e dimenticata, non permette all’individuo di rinunciare ai suoi istinti e alla sua origine, mentre sul palcoscenico viene messa da parte per dare spazio alla parte di luce, quella modellata dalla nostra cultura di appartenenza.
Dal momento che capiamo il meccanismo della cultura, ciò che va bene e ciò che non va bene, e il comportamento che è ritenuto corretto in una determinata situazione, siamo liberi di scegliere se agire coerentemente alle risposte che la società si aspetta oppure sconvolgerle totalmente.
Questo sistema viene appreso già nei primi anni di vita, ne è dimostrazione il pianto di un neonato per ricevere il latte, ma partiamo dal principio.
Nel momento del parto, l’ormai non più feto ha bisogno di respirare in un ambiente dove non è mai stato prima di allora, ed ecco che piange.
Quel pianto è scaturito da una necessità primaria, la sopravvivenza, il dover assolutamente respirare, pena la morte. Esclusivamente in quel momento il neonato è sincero. Compie azioni semplicemente per pure necessità e quindi per automatismi.
Tuttavia, crescendo il bambino inizia a mentire, capisce le mosse dei genitori e comprende quasi inconsciamente quanto queste siano manipolabili, e ovviamente ne approfitta per ottenere ciò che vuole più facilmente, con un atteggiamento quasi machiavellico.
Piange per ottenere il nutrimento, ma con il passare del tempo piange per ottenere attenzioni. In un gruppo di coetanei cercherà approvazione mostrando loro le cose nuove che ha, come i giochi, le scarpe, il gattino che ha ricevuto per il compleanno, e così via. Poi l’adolescente applica lo stesso meccanismo per lo stesso motivo e chissà se questo succederà anche quando sarà adulto.
Se ne conclude che siamo sempre stati bugiardi e lo saremo per sempre perché fa parte della nostra natura. L’ombra è la parte naturale e istintiva di noi, ma non vuol dire che la parte di luce sia solo una falsità. Le maschere che indossiamo durante l’interazione non sono di plastica, sono comunque lati del Sé, ci comportiamo in maniera diversa in base alle persone che abbiamo davanti e al contesto solo perché adattiamo il nostro essere all’interazione. Questo non vuol dire che fingiamo, semplicemente evito di parlare con un’insegnante per decidere se andare o meno a una festa.
L’ombra viene esclusa dall’interazione perché noi stessi decidiamo di escluderla.
La capacità di volere e quindi la possibilità di decidere fa parte della coscienza. Se l’ombra rimane al buio è perché siamo noi a volerlo. Non si tratta di adeguarsi alla società, ma di cercare di rendere le interazioni più serene possibili. In una visione egoistica, non lo facciamo solo per il bene dell’altro, ma anche per il nostro.
Quindi potremmo considerarci bugiardi, tuttavia si tratta di una bugia bianca, di quelle che si dicono a fin di bene.

di Erika Arno   

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