La violenza di genere nelle cronache dei giornali: stereotipi e narrazioni tossiche

10.04.2021

Episodi di violenza di genere vengono minimizzati, spettacolarizzati e rappresentati come eventi “eccezionali” senza interrogarsi sulla nascita del meccanismo di possesso/violenza nei confronti della donna

Gli stereotipi di genere e i giudizi sui ruoli di donne e uomini pervadono la società in ogni settore e ambito che ci riguarda, dal lavoro alla scuola, dalla politica al mondo dell’informazione. Tutti, inconsciamente, li abbiamo introiettati ed assimilati al punto da non realizzare che spesso siamo proprio noi stessi a veicolarli. Ѐ per questo che sembra così difficile, se non impossibile, disancorarli dalla nostra cultura. I mezzi di comunicazione, in quanto specchi della società, sono tra i diffusori di questi stereotipi, offrono spesso una rappresentazione femminile che riflette la concezione maschilista e discriminatoria che permane ancora oggi. I giornali cartacei, digitali, e ogni altro media informativo, ricoprono un ruolo fondamentale nella formazione dell’opinione pubblica e, nel divulgare messaggi contaminati da pregiudizi e stereotipi, corroborano la cultura sessista e misogina in cui siamo immersi.

Negli anni 90 si era diffuso il “mito ottimistico” in relazione all’idea che la progressiva femminilizzazione del settore giornalistico avrebbe portato, sia a una distribuzione del potere redazionale più equo; sia a una costruzione della realtà informativa rappresentativa ed inclusiva di entrambi i generi. Al giorno d’oggi però, nonostante il progressivo incremento numerico delle giornaliste, non si è dispiegato un mutamento radicale del modo di fare informazione e i giornali nell’affrontare questioni di genere presentano ancora diverse lacune. Incorrono in errori ed automatismi comuni ed utilizzano strategie comunicative non efficaci e analitiche. L’aspetto più problematico è la mancanza di una vera sensibilità politica rispetto all’universo femminile, che talvolta viene subordinata all’esigenza di conquistare ed attirare l’attenzione dei lettori. Il giornalismo italiano sembra aver introiettato quella sovrastruttura sociale definita “patriarcato”, il quale si manifesta nell’uso di un linguaggio sempre più grottesco, volgare e discriminatorio. Secondo una ricerca condotta nel 2014 dal dipartimento di scienze politiche e sociali dell’Università di Bologna la narrazione di abusi sui media italiani “riproduce largamente miti e stereotipi della violenza di genere“. A distanza di anni le cronache di violenze subite, maltrattamenti e diritti violati non sono ancora frutto di un’attenta e sviscerata analisi del fenomeno, non vengono affrontate con la volontà di illuminare i fatti. Episodi di violenza di genere vengono minimizzati, spettacolarizzati e rappresentati come eventi ”eccezionali” senza interrogarsi sulla nascita del meccanismo di possesso/violenza nei confronti della donna.

Quante volte ci è capitato di leggere notizie di stupro o violenza sessuale in cui non si dava pieno credito e sostegno alle survivors? Narrazioni dove testimonianze e dichiarazioni vengono smentite o banalizzate dagli stessi giornalisti? Vale la pena ricordare che la presunzione di innocenza è valida e va rispettata anche in episodi di violenza di genere. Nel più grave dei casi le donne che hanno subito violenza vengono ritenute tanto colpevoli quanto l’aggressore. Ѐ molto ricorrente nelle cronache dei giornali assistere alla suddivisione della responsabilità del reato tra i due protagonisti, presentando le scelte soggettive della donna come causa della violenza maschile, delineando l’omicida o lo stupratore come vittima, a sua volta, di una forza esterna. Da un lato si rappresenta l’aggressione o la violenza come un “raptus”, un atto estremo scaturito dalla decisione della donna di porre fine alla relazione, da un presunto tradimento o da un amore non corrisposto. Dall’altro lato l’assunzione di alcol e droghe, lo stato psicologico del carnefice, circostanze eccezionali, si configurano come giustificazioni implicite ed elementi assolutori, che mitigano la responsabilità dell’accusato. Risultato di queste costruzioni narrative è umanizzare e scagionare almeno in parte l’unico colpevole e allo stesso tempo trascurare la gravità dell’accaduto.

Nel corso di questi anni sono innumerevoli gli esempi che dimostrano l’arretratezza della stampa nell’affrontare questioni di genere. Basti pensare al caso mediatico relativo allo stupro di una ragazza diciottenne da parte dell’imprenditore Alberto Genovese. La descrizione dell’episodio, così com’è stata fatta da diverse testate, si può riassumere in una profonda dicotomia: da un lato la deresponsabilizzazione dell’aggressore in quanto uomo ricco e potente, di successo e come è stato definito da numerosi giornali “un vulcano di idee” o “genio delle startup”; dall’altro lato l’invisibilità della vittima, che attraverso il silenzio e la mancanza di attenzione, vede annullata la propria identità sociale e personale. Altre testate hanno optato per una narrazione colpevolizzante, accusando implicitamente la ragazza di essersi inoltrata in luoghi non adatti alla sua giovane età ed essersi lasciata trascinare dal contesto. Quand’è che i giornali inizieranno a condannare la violenza di genere in quanto atto di potere e di controllo sulla donna invece di affannarsi nella disperata ricerca di alibi per il colpevole? Da queste costruzioni trapela infatti il messaggio del ‘se l’è cercata’ , terribilmente fuorviante e nocivo, che accresce e alimenta una cultura dello stupro che purtroppo è endemica nel nostro paese. Legittimando un abuso o qualsiasi altra forma di violenza, dalla più visibile alla più latente, si conferma l’idea di subalternità della donna rispetto all’uomo.

Questo accade perché giornalisti e giornaliste spesso incarnano quello che la studiosa Laura Mulvey ha definito “male gaze” o “sguardo maschile”, cioè il rappresentare e guardare agli eventi adottando il punto di vista dell’uomo, con il risultato di sessualizzare e oggettificare le donne. Questo modo di spersonalizzare la donna, riducendola ad un mero oggetto servito al desiderio dei lettori/spettatori, è sotteso non solo nei film e nelle pubblicità, ma anche all’interno di articoli giornalistici. Ѐ molto frequente, infatti, che in casi di violenza di genere, i giornali focalizzino l’attenzione sull’aspetto esteriore della donna con dovizia di particolari e dettagli legati all’estetica. Nei casi di stupro specialmente si mette in evidenza la bellezza e desiderabilità della ragazza in questione o la si valuta in base ad una parte di sé, il corpo, tralasciando gli aspetti della personalità, della dignità, dell’empatia e unicità. Soffermandosi a descrivere l’aspetto fisico e l’età della donna, se sessualmente attraente o meno, si avalla, inconsciamente, l’errata convinzione che la violenza scaturisca da un incontenibile e improvviso desiderio sessuale. Secondo Chiara Cretella, esperta di politiche di genere “nel caso specifico di violenza contro le donne, c’è un surplus di erotizzazione dato dal corpo femminile brutalizzato, violentato, malmenato e quindi a disposizione del lettore“. Succede che giornalisti si dilungano in disquisizioni su l’abbigliamento succinto, sulla gonna ritenuta troppo corta, sull’atteggiamento troppo provocante e/o irresponsabile di chi subisce violenza.

Molte narrazioni offerte dai media si costruiscono dunque sulla distinzione tra l’accusato e la survivor: l’uomo che agisce la violenza viene delineato in modo più attento, a partire dall’età anagrafica fino ad arrivare ad una precisa caratterizzazione psicologica; della seconda si accentuano le caratteristiche estetiche, l’abbigliamento e l’atteggiamento. Di conseguenza determinati articoli possono spingere, inconsapevolmente o meno, l’opinione pubblica ad empatizzare con il colpevole e a dubitare delle dichiarazioni e testimonianze della donna che ha subito violenza. Gli effetti di questo fenomeno sono allarmanti, non solo per l’impatto che hanno sul mondo dei lettori, ma anche nei confronti delle persone protagoniste del racconto. In un primo momento stereotipi e pregiudizi presenti nell’articolo condizionano ed influenzano l’opinione del lettore. In un secondo momento queste valutazioni implicite, apparentemente innocue, danneggiano le persone coinvolte dalla narrazione dei fatti, le quali si ritrovano sottoposte alla lente del giudizio dell’opinione pubblica. A causa di questi pregiudizi le donne che subiscono violenza non si sentono sicure nel denunciare, per paura di non essere credute, rispettate e tutelate a sufficienza o, com’è già accaduto in precedenza, di finire sotto la luce dei riflettori e sentirsi doppiamente vittime di una società maschilista e discriminatoria.

Si può dunque constatare come il discorso mediatico, che colpevolizza la donna, umanizza il carnefice e cancella la vittima dalla narrazione, legittima, su scala ridotta, la disuguaglianza fra i sessi e la superiorità di un sesso su un altro. I giornali nel divulgare notizie riguardanti stupri, femminicidi o abusi dovrebbero, invece, astenersi dall’inquinare la narrazione con opinioni e pregiudizi al fine di non condizionare il giudizio di chi riceve l’informazione. Ѐ quanto mai necessario un cambiamento di prospettiva e una rivoluzione del linguaggio per poter realizzare un’informazione attenta al genere, a più voci, più democratica e inclusiva. Ѐ vero che i giornali sono lo specchio della società, ma è altrettanto vero che contribuiscono attivamente a modificarla. 

di Giorgia Suem

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