“La parola ai giurati”, Sidney Lumet, 1957

03.05.2021

Il processo nel film non c’è, tutto quello che sappiamo proviene dalle disordinate “memorie” dei giurati, che, discutendo fra loro, ripercorrono quanto avvenuto in aula.

Il processo penale è un tema ricorrente nel cinema, soprattutto nel cinema americano, e il film “La parola ai giurati” è sicuramente fra i più famosi del genere. Siamo in tribunale, a New York, per un caso di omicidio, come da copione. L’opera di Lumet rappresenta però un unicum in questa categoria, sotto molti aspetti.

Il film inizia dalla fine, o meglio, da quella che siamo comunemente abituati a considerare la fine del processo: si è concluso il dibattimento e i giurati si ritirano in camera di consiglio, dove rimarranno finché non avranno raggiunto un verdetto. Come nel negativo di una fotografia, tutto ciò che solitamente vediamo nei film a sfondo giuridico, le deposizioni dei testimoni, il martelletto del giudice, le arringhe degli avvocati, qui ci è nascosto. E tutto ciò che solitamente è chiuso a chiave, coperto dal segreto, qui ci viene invece mostrato: il regista apre uno sguardo su un ambiente, ed un momento, altrimenti inaccessibile, la camera di consiglio in cui dodici giurati decidono all’unanimità se l’imputato è colpevole o innocente. Il processo dunque non c’è, tutto quello che sappiamo proviene dalle disordinate “memorie” dei giurati, che, discutendo fra loro, ripercorrono quanto avvenuto in aula. E se un processo altro non è che la ricostruzione di fatti del passato, noi assistiamo alla ricostruzione della ricostruzione: il processo racconta l’omicidio e i giurati raccontano il processo. Per questo motivo, il film è particolarmente efficace anche per comprendere alcuni dei temi più importanti che ruotano attorno alla materia penale e del diritto in generale.

I primi movimenti di camera riassumono in pochi secondi tutto il significato dell’eterna questione della giustizia: l’inquadratura dal basso sale lungo le colonne greche dell’ingresso al tribunale e, superati fregio e timpano, ci mostra una striscia di cielo. Subito dopo, dentro il tempio, dall’alto si scende verso il pavimento, con un moto opposto a quello precedente. L’immagine sembra immobile, salvo poi “distrarsi” e iniziare a seguire persone diverse, passeggiando da una comparsa all’altra, per entrare finalmente nell’aula del nostro processo. La tensione verso l’alto e verso un significato trascendente dell’idea stessa di giustizia si ribalta e scende a terra, sul marmo di un edificio costruito dagli uomini e non dagli dèi. E proprio dietro agli uomini si perde a girovagare per i corridoi: è dagli esseri umani che dipende la giustizia, soltanto gli esseri umani ne avvertono il significato e si affannano a darne un contenuto sensibile. L’ora e mezza di film che segue queste inquadrature porta in scena dodici uomini chiamati a fare giustizia, perché da essi, e solo da essi, dipende la vita del ragazzo imputato di omicidio.

Appena entrati in camera di consiglio, il primo elemento che ci viene presentato è il caldo. La macchina da presa, ferma sopra un ventilatore rotto, ci mostra i giurati che si tolgono la giacca, si arrotolano le maniche, si tamponano il sudore e aprono le finestre. La cappa di calore è data anche dalla pesantezza del momento, undici giurati su dodici sono convinti della colpevolezza del ragazzo, che andrà incontro alla pena capitale. La pioggia e il vento fresco (si riesce pure a riparare il ventilatore), arriveranno solo quando la giuria sarà finalmente in parità, sei a sei, e da quel momento l’inerzia della discussione si inclinerà verso il verdetto di innocenza.

All’inizio, quindi, c’è fretta di concludere, di uscire al più presto non solo dalla stanza, ma dal ruolo: giudicare è faticoso, richiede energie e sacrificio, è un compito che sfibra e di cui tutti vogliono liberarsi. Più giurati infatti manifestano insofferenza verso la situazione, verso gli avvocati che parlano troppo, verso il “sistema” inutilmente burocratico e, in generale, verso ogni forma di regola, dai bigliettini per votare ai posti a sedere assegnati in base all’ordine di numero.

Tuttavia, nonostante il nervosismo di molti, la discussione si allunga e il verdetto che all’inizio sembrava scontato tarda ad arrivare. Quello a cui assistiamo è un vero e proprio rifacimento del processo. Innanzitutto, si evince dalle battute dei protagonisti che il processo vero e proprio, a cui non abbiamo assistito, non c’è stato quasi per davvero, è stato troppo veloce e quindi lacunoso. Il difensore è un giovane avvocato d’ufficio, che probabilmente non si è impegnato a sufficienza; l’imputato, d’altronde, è un ragazzo di diciannove anni, con una fedina penale non indifferente. Sorge il dubbio in uno dei giurati, e nello spettatore, che quella stessa fretta, che ora preme in camera di consiglio, ci fosse anche durante il dibattimento.

Bisogna ricominciare daccapo, non solo ripercorrendo le testimonianze ma anche introducendo, in modo senz’altro informale, nuove “prove”: manca il giudice, mancano le regole del codice, ma i giurati si comportano come se fossero avvocati in aula, esaminando l’arma del delitto, interrogandosi a vicenda, facendo esperimenti giudiziali – emblematiche sono la simulazione cronometrata della camminata dell’anziano testimone e il gesto dell’accoltellamento dall’alto in basso.

Insomma, il processo che non c’è, non viene solo ricostruito narrativamente, nei dialoghi dei dodici, ma viene anche sostituito e aggiornato in alcune parti. In una parola, restaurato. A questo punto, va dedicata attenzione al personaggio che inizia il restauro, interpretato da quell’Henry Fonda che ad Hollywood è stato il volto dell’integrità morale. Di questo personaggio, il giurato numero 8 (simbolo in molte religioni e numerologie di equilibrio e giustizia, e, in particolare in quella cristiana, di resurrezione – forse del ragazzo, condannato a morte?), non sappiamo il nome fino alla fine del film. Nell’ultima scena infatti, fuori dal tribunale, dopo che la giustizia, senza volto e senza nome è stata amministrata, i soli giurati 8 e 9 si presentano. Fino ad allora, dunque, non si conoscono i nomi di nessuno dei protagonisti: come per la toga dei giudici e il cappuccio del boia, anche i giurati agiscono nell’anonimato, perché la giustizia è impersonale, aspira ad appartenere più all’idea che alla carne di chi vi è coinvolto.

Ma anche se non usano nome e cognome, i personaggi si presentano in altro modo: di alcuni conosciamo la provenienza sociale ed etnica, ma di quasi tutti sappiamo il mestiere. Probabilmente, una chiave di lettura sta nella critica sociale del regista, a tratti palese: il pubblicitario è sciocco e perennemente distratto, dà peso all’aspetto esteriore delle cose e non alla sostanza; l’orologiaio è invece preciso e metodico; il venditore di marmellate è un simpatico imbonitore, sfornito però di contenuto morale; il presidente, che fa di tutto per mantenere l’ordine, si scopre essere un coach di football; il banchiere è algido e totalmente privo di empatia. Altre figure sono forse meno tipiche ma anch’esse hanno riferimenti nel cinema statunitense: il giurato n.3 è il self-made man americano, ma ne vengono accentuate l’arroganza e la violenza; al contrario, del giurato n. 6 sappiamo solo che “non è abituato a fare supposizioni, si limita a lavorare”, ma questo non gli impedisce di avere modi gentili e premurosi verso il giurato più anziano.

Fra questi, ovviamente, spicca Henry Fonda, che di professione fa l’architetto. Se la simbologia legata al numero 8 è immediatamente riconoscibile, quella connessa al suo lavoro forse lo è meno, anche se un forte richiamo all’architettura è presente fin dalla prima immagine. Sicuramente l’architetto gode di una particolare considerazione, è forse uno degli ultimi uomini universali della modernità: riassume in sé la sensibilità dell’artista e la razionalità del matematico, la tecnica e l’empatia. Ma soprattutto, come si diceva prima, è colui che inizia a restaurare il processo: pone le fondamenta e si fa ingegnere della discussione.

Il metodo utilizzato dal giurato n. 8, e dagli altri giurati che a mano a mano iniziano a nutrire dubbi sulla colpevolezza dell’imputato, è un manifesto di ciò che il processo, e quindi la giustizia, umana, faticosa e sudata dovrebbe essere. Non vengono menzionati articoli del codice penale né si fa appello a principi morali, anzi, emerge chiaramente che le prospettive morali di ognuno sono troppo diverse per poter coincidere. Colpisce però un dettaglio: non è l’abilità oratoria la qualità di Fonda, e non assistiamo al momento teatrale, tragico e catartico dell’arringa finale, in cui si chiede di scegliere fra bene e male, fra legge divina e legge dello Stato. Come detto all’inizio, questo film si ritaglia un angolo nella categoria del cinema giudiziario, perché esalta una dote diversa dagli altri: è la pazienza l’arma principale del protagonista, la forza di ripercorrere con metodo e con calma i fatti, i racconti dei testimoni, i dettagli che altrimenti sfuggirebbero, e di farlo nonostante il caldo, il nervosismo, le passioni, i dubbi morali. Il processo, fenomeno centrale del diritto, è raffigurato come un percorso lento, ad ostacoli, guidato da razionalità e attenzione, che non necessita di teatralità e retorica.

Forse questo è il senso della prima immagine, richiamata nell’ultima scena: non tanto la tensione verso il cielo e verso una giustizia divina, ma l’importanza della struttura architettonica dentro cui fare la giustizia terrena. Perché è la capacità dell’uomo di definire dei limiti e delle regole di equilibrio, di ricostruire con metodo uno strato alla volta, che ci permette di separare il momento irrazionale da quello razionale, e in ultimo, a volte, di separare ciò che è giusto da ciò che è sbagliato.

di Eugenio Chemello

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