Gramsci: l’attualità del pensiero e della filosofia della prassi

26.05.2021

L’elaborazione teorica di Gramsci fornisce i requisiti indispensabili per collocare la cultura operaia nella realtà italiana ed occidentale del primo ‘900

Antonio Gramsci è stato un politico, filosofo, politologo, giornalista, fondatore e dirigente del Partito Comunista. Quando si parla dell’intellettuale comunista, istantaneamente risalgono alla memoria la sua storica frase sulla pericolosità dell’indifferenza, la sua concezione di egemonia, politica e culturale ed infine la sua militanza antifascista, con la conseguente reclusione nelle carceri fasciste, dove avrà luogo l’elaborazione di uno dei lavori intellettuali di nevralgico rilievo e di centrale influenza per tutto il XX secolo e per il marxismo occidentale. Gli elementi in oggetto sono la chiara ed ovvia espressione particolare dell’ampia e complessa materia, che vien definita e formata dall’operazione teorica gramsciana nel suo insieme. L’interpretazione gramsciana, infatti, mette a fuoco le sovrastrutture, nonchè le sue modalità di implicazione e i suoi meccanismi di diffusione, definendo un quadro di analisi congruente alla prospettiva marxista: la riflessione gramsciana, dunque, non solo parte da essa come terreno di riferimento, ma la irrobustisce e la porta avanti. L’elaborazione teorica di Gramsci fornisce i requisiti indispensabili per collocare la cultura operaia nella realtà italiana ed occidentale del primo ‘900, permettendo di assestare, per certi versi, oltre all’analisi sulla società, anche le azioni, gli obiettivi e i mezzi per raggiungerli, quindi l’insieme dei comportamenti politici da assumere ed intraprendere da parte dell’organizzazione della classe operaia. Ciò, inoltre, permette di fugare oscillazioni interpretative e slittamenti di significato nell’operazione di visione ed analisi della società novecentesca stessa. Infatti, per conoscere le caratteristiche della struttura della società del secolo scorso, i fenomeni da essa espressi, i processi in essa maturati e la storia di fatti ed eventi nel corso di essa manifestatisi, non si può prescindere dalla lettura del pensiero gramsciano e del suo contributo teorico in materia di comprensione dei corsi storici e sociali. Il lavoro analitico di Gramsci ha come luogo di principale interesse e punto di centrale convergenza il perimetro e il campo delle sovrastrutture, sempre in consonanza con l’analisi della struttura socio-economica. Anzi, è da questa che egli parte per riuscire ad inquadrare motivi, forme ed implicazioni delle sovrastrutture stesse nelle modalità con cui poi si articolano ed esprimono nella realtà sociale; ed è sempre questa analisi che dà frutto alla formulazione del concetto di egemonia, che esprime la misura e la cifra del potere dirigente delle classi dominanti: come, quindi, l’industria di capitale riesce ad essere e a diventare “industria dirigente” e come, attraverso di essa, legittima saldamente la propria conservazione e la propria forza di esistenza storica. Tutto ciò rientra nella più ampia cornice relativa a ciò che ha acquisito il nome di “filosofia della praxis“, filosofia maturata ed articolata da Gramsci stesso, fornendo ad essa materia critica e contenuto storico. Nel perimetro della filosofia della prassi, non può non evidenziarsi il contributo teorico di Gramsci in relazione al materialismo storico e al superamento delle tendenze fatalistiche e positivistiche presenti soprattutto nel vecchio Partito Socialista e presenti, inoltre, in una certa misura, anche tra alcuni interpreti del marxismo sul profilo internazionale.

Tali tendenze alimentavano l’idea secondo cui il capitalismo sarebbe crollato autonomamente, lasciando spazio all’affermazione di una società socialista: la corrente in questione congetturò una sorta di caratteristica endogena autodistruttiva del capitalismo, speculando sul corso storico e cadendo nell’errore di non considerare che meccanismi, mutamenti e processi storici non sono frutto di corsi spontanei che avvengono da sé, ma dell’azione e della direzione degli obiettivi delle masse, nonché delle condizioni reali che si palesano in dati momenti e in date realtà storiche. Dal meccanicismo e determinismo – come li definisce Gramsci – discende una visione orientata su specifiche leggi obiettive, che governano i cambiamenti storici, a prescindere dall’azione dei popoli e delle masse. Da ciò che Gramsci osserva e scrive su queste tendenze fatalistiche, si desume non solo la presenza di un contenuto critico, ma anche di un indirizzo di maturazione ed assestamento del movimento operaio: tra le sue eredità intellettuali, spicca ovviamente la deduzione delle condizioni delle classi subalterne e della direzione da dare al movimento operaio. Egli fornisce quindi un assetto compiuto all’organizzazione operaia, nell’intento di indirizzarla verso obiettivi maturi e reali.

Gramsci spiega, inoltre, come si originano tali concezioni fatalistiche, ritenendole una sorta di residuo del concetto di Dio, il cui polo di influenza è stato talmente saldo e strutturato nell’arco dei secoli da riuscire ad esercitare, tutt’ora, un proprio peso. Tuttavia Gramsci comprende come il movimento operaio non maturi una coscienza critica da sé ed anzi come esso non abbia spesso consapevolezza della sua reale condizione sociale. Solitamente può anche accadere che la coscienza non coincida con la reale situazione: infatti, ogni classe ed ogni persona ereditano un sistema di valori e un pacchetto di principii che è ovviamente marchiato e preconfezionato dalla struttura sociale vigente. In altri termini, è inevitabile che la classe sia influenzata, in misura maggiore o minore – a seconda dell’intensità della funzione dirigente esercitata dalla classe dominante – dai canoni, dalle culture e dalle concezioni irradiate dal medesimo sistema sociale. Proprio in virtù di queste condizioni, l’intellettuale deve esaminare i rapporti intercorrenti tra struttura e sovrastruttura e analizzare le forze che operano in un dato contesto storico, per poi comprendere come organizzarsi e verso che direzione tendere, senza trasformare l’indagine filosofica in una mera materia di speculatività e senza ridurla ad oggetto di astrazione. Lo sviluppo delle posizioni positivistiche, infatti, rappresentava il sedimento dell’antica e tradizionale concezione del materialismo, la cui forma originaria fu influenzata preminentemente dall’egemonia della metafisica: ciò ha posto al centro dell’indagine filosofica leggi oggettive e metafisiche, sostituendole alla dialettica; questa non ha carattere assoluto ed oggettivo come le prime, ma è una variabile che si sviluppa e si trasforma, proprio come si sviluppa e si trasforma il contesto socio-economico a cui si riferisce la sua indagine di analisi. Il materialismo storico, così definito da Gramsci, supera le principali criticità del suo antico significato, filtrandolo dagli elementi di indagine e di visione predeterminata, assurgendolo a effettiva materia storicistica, con reale contenuto critico. Ed è in ciò che si sostanzia il nocciolo della filosofia della praxis, laddove, in quelle tendenze positivistiche, la teoria si avvicinava alla prassi, senza che la prassi si avvicinasse alla teoria, come afferma Gramsci.

In quel caso, il legame creato sarebbe univalente e la teoria si abbandonerebbe ad un’inevitabile speculatività filosofica, che ha rappresentato il limite tradizionale delle filosofie. Il nesso teoria-prassi è quindi molto più complesso da mettere a fuoco, richiedendo l’instaurazione di un rapporto per cui, da un lato, la teoria necessiterebbe di mostrarsi realistica e razionale attraverso la prassi e, dall’altro lato, la prassi necessiterebbe di mostrarsi razionale ed inquadrabile attraverso la teoria coerente. La chiave di volta di tale nesso risiede nella dialettica, vista da Gramsci come strumento essenziale per l’adeguato e corretto operare dell’indagine filosofica della praxisGramsci, quindi, oltre a superare le antiche e tradizionali visione deterministiche maturate, anche in parte, in seno al marxismo, oltre a definire e a riattualizzare il marxismo nella prospettiva occidentale e soprattutto italiana, definisce implicitamente l’assetto compiuto da dare al movimento operaio e le direzioni verso cui tenderela classe operaia non matura una coscienza, una consapevolezza di unità d’organizzazione ed un’unità di intenti da sé, ed è perciò necessario l’esercizio di un saldo potere dirigente che sia capace di organizzare la massa operaia. Senza di esso, il movimento operaio resterebbe avulso nelle inclinazioni misticistiche, non configurandosi adeguatamente maturo; invece, con la costruzione di una classe dirigente come pre-requisito necessario e sufficiente, è possibile maturare la coscienza di classe, depurandola da contenuti acritici in essa introdotti dall’eredità delle strutture sociali in vigore, fornendole un’effettiva massa critica di coscienza. Con la definizione della filosofia della praxis, con la sua indagine analitica relativa alla coscienza di classe e con le sue riflessioni circa il materialismo storico e il movimento operaio, Gramsci ha tracciato il solco e preparato il terreno per quella che, dopo la seconda Guerra Mondiale, verrà chiamata con l’espressione di “via italiana al socialismo”.

                                                                                                                             di Stefano Lopes

Bibliografia:

Quaderni dal carcere, Antonio Gramsci

Lineamenti di una sociologia marxista, Zygmunt Bauman

Palmiro Togliatti, Ernesto Ragionieri

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un’icona per effettuare l’accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s…

WordPress.com.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: