Governo Draghi: dietro all’uomo eccellente si è nascosta la morte della politica italiana

25.03.2021

A noi italiani la pandemia non ha fatto perdere le più vecchie e radicate abitudini politiche: le crisi di governo.

È passato poco più di anno dall’inizio della pandemia in Italia e sembra non essere cambiato poi così tanto: i contagi sfiorano quasi quota 20.000, le terapia intensive si stanno pian piano riempiendo, il Paese sta scivolando inesorabilmente verso un altro lockdown, che viene identificato adesso dalla denominazione “zona rossa”. Oggi dieci regioni sono colorate di rosso mentre le rimanenti sono nella zona arancione, nessuna zona gialla o bianca. Sembra tutto molto simile ad un anno fa, tranne che per un piccolo dettaglio: il governo. Certo, la situazione di marzo 2020 non è paragonabile a quella di oggi. L’anno scorso la malattia non si conosceva come la si conosce ora, il numero dei tamponi effettuati era nettamente inferiore, l’impatto sulle strutture ospedaliere era più forte vista la novità dell’evento, non c’erano i vaccini.

Nonostante questi elementi differenziali, sembra che la luce fuori dal tunnel sia ancora distante. il virus si diffonde velocemente e la normalità a cui eravamo abituati si cristallizza sempre di più in un lontano e piacevole ricordo. Il numero delle vittime giornaliere è disarmante, duecento, trecento, quattrocento, al giorno (raggiungendo quota 551 martedì, il numero più alto da gennaio), numeri ai quali sembra che ci si sia abituati quando invece, se fossimo in una situazione di normalità, ci farebbero rabbrividire. È come se ci fosse un incidente aereo ogni giorno!

Non è tanto l’abitudine con la quale maneggiamo il numero delle vittime, è l’indifferenza che abbiamo nel rapportarci al numero dei decessi. Sembra che sia il dato che meno interessa a tutti, vengono prima i nuovi contagi, i nuovi ricoveri in terapia intensiva, l’indice RT e poi, alla fine, il numero delle persone che hanno perso la vita. Forse perché pensare a quel trecento o quattrocento come numero ci fa stare meglio. Alla fine i numeri sono qualcosa di astratto, quasi etereo, che ci tiene lontano dalla cruda verità. Una sola unità di quel numero è una persona che dietro di sé porta una storia, fatta di famiglia, amici, lavoro, interessi, amore, una storia che altro non è che una vita che si spegne, lasciando dolore e solitudine tra chi ne è stato parte.

A noi italiani tutto questo non ha fatto perdere le più vecchie e radicate abitudini politiche: le crisi di governo. Nella serata di venerdì diciannove marzo, la conferenza stampa della Presidenza del Consiglio dei Ministri è stata presieduta dal Premier Draghi e non dal professor Giuseppe Conte, la prima dell’era Draghi d’altronde. Il tredici febbraio, poco più di un mese fa, avveniva la cerimonia di insediamento del governo Draghi, con annesso passaggio della campanella tra Conte e l’ex presidente della Bce.

Riavvolgendo il nastro, tutto è partito da Matteo Renzi, leader di Italia Viva, che nel bel mezzo di una pandemia ha deciso di innescare una crisi di governo. I punti cruciali della sua motivazione, che ha giustificato il ritiro dei ministri Bellanova e Bonetti, sono stati: il non utilizzo del MES, la non-trasparenza del governo Conte, l’impreparazione della squadra giallo-rossa per far fronte alla pandemia. Tutte motivazioni evidentemente inconsistenti, prive di contenuto, che si è fatto e si fa fatica a comprendere. Venerdì il premier Draghi ha dichiarato senza mezzi termini che il MES, con gli attuali tassi di interesse, non è conveniente. Ci si aspettava una reazione veemente da parte di Matteo Renzi (che si prende tutti i meriti di aver portato Draghi al governo), coerentemente a quanto affermato un mese fa, ma questa non c’è stata. È l’ennesima prova dell’incoerenza del leader di Italia Viva, che non stupisce nessuno oramai. Dopo il ritiro delle ministre si è assistito ad un periodo di forte trambusto, giri di consultazioni affidate dal Presidente della Repubblica a Roberto Fico, Presidente della Camera, terminate senza nessun risultato.

Dopodiché al colle è salito Mario Draghi, che ha accettato la proposta di guidare il paese propostagli dal Presidente Mattarella. Nuovo giro di consultazioni per Draghi, per poi finire con la formazione del “governo dei migliori”. Una squadra che ha destato alquanta delusione vista la nomina dei vari Brunetta e Gelmini, politici che hanno già rivestito la carica di Ministro, lasciando un ricordo non proprio piacevole nella mente degli italiani. Quello che più ha deluso è stato il fatto che il governo dei migliori era stato inteso come il governo del cambiamento, dell’innovazione, una compagine che, guidata da un personaggio illustre come Draghi, avrebbe dovuto presentare volti politici capaci di proiettare il Paese verso un futuro di sviluppo e benessere. Invece è sembrato un ritorno a dieci anni fa, nessuna soluzione di continuità con il passato, apparentemente.

Il governo Draghi è costituito da ben otto ministri tecnici, personalità di immenso spessore, e sembra che l’ex Presidente della Bce abbia lasciato nelle sue mani e nelle mani dei suoi uomini di fiducia quei ministeri che saranno il fulcro dello sviluppo economico del nostro paese nei prossimi mesi. Naturalmente queste sono soltanto delle congetture iniziali visto il fatto che i giudizi si potranno dare soltanto alla fine delle legislatura, ma l’impatto iniziale non è stato proporzionale all’entusiasmo con il quale è stato accolto il mandato di Mario Draghi.

Entusiasmo che ha contagiato tutte le forze politiche tranne Fratelli d’Italia che ha deciso di rimanere all’opposizione. Mario Draghi all’improvviso è diventato l’uomo ideale per tutti i partiti. Matteo Salvini nel giro di poche ore ha dimostrato che il suo volto anti-euro, anti-burocrati, anti-Bruxelles non lo rappresentava più. Tutto ad un tratto è diventato un europeista convinto. Il Movimento 5 Stelle è riuscito a descrivere Mario Draghi, bersaglio delle più feroci critiche del movimento originario in quanto espressione di quell’”establishment” che volevano distruggere, come un politico addirittura “grillino” (definito così direttamente da Grillo in una diretta Facebook). Tra l’altro nel governo è presente anche Forza Italia di Berlusconi, ex acerrimo nemico dei grillini. Il Partito Democratico si è adeguato alla situazione, passando da “mai al governo con Salvini” al governo con Salvini e Berlusconi. Un mese fa il segretario era Zingaretti, adesso è Enrico Letta, ma questa è un’altra storia.

In nome del governo di unità nazionale i politici hanno potuto dire tutto ed il contrario di tutto senza che questo venisse sottolineato. È come se per bilanciare la mancanza di credibilità dei partiti e dei loro rispettivi leader servisse la figura di un uomo con un’immensa autorevolezza e prestigio internazionali. Dietro di lui, dietro la figura forte, la politica ha nascosto la sua incapacità di governare il paese in una crisi pandemica e la sua impreparazione a progettare la fuoriuscita dalla pandemia. I partiti hanno abdicato alla loro funzione di governo e di punto di riferimento per i cittadini, riponendo tutto nelle mani del singolo. Lo spettacolo al quale si è assistito è stato imbarazzante, vergognoso a tratti, mettendo in primo piano una politica debole, sfibrata, senza idee né soluzioni. Certo, Mario Draghi ha già dimostrato capacità straordinarie, caratterizzate da un eccezionale pragmatismo (parola ripetuta spesso dal premier nella conferenza stampa). Il consenso con il quale è stato accolto, è stato il frutto, forse, del desiderio da parte degli italiani di esser guidati da una figura preparata e di essere rappresentati in Europa da una figura forte e rispettata, ma quello che fa male è che Mario Draghi è stato chiamato per raccogliere le macerie di una politica ormai morta, persa nel populismo.

Non resta che aspettare e sperare che almeno questo governo arrivi alla fine della legislatura e che le forze politiche abbassino le bandiere per il bene del Paese, come affermato da Draghi venerdì sera. Ora è impensabile farsi la guerra all’interno della compagine di unità nazionale, l’unico obiettivo deve essere quello di far uscire il Paese dalla pandemia e di progettare il futuro utilizzando i fondi europei. Un’altra crisi di governo sarebbe più ingiusta di quanto non lo sia stata la prima, nei confronti degli italiani. Dalle macerie di un mese fa i partiti devono sapersi ricostruire, approfittare di questo governo per riacquistare quella credibilità che hanno perso agli occhi degli elettori. Questa volta i buoni propositi e le parole non basteranno, dovranno mettere in campo le loro forze e la loro idea di Paese per progettare la ricostruzione di un’Italia in ginocchio.

di Tommaso Aiello

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