Cosa significa essere operai al tempo della fabbrica 4.0?

02.04.2021

È urgente un intervento della giurisprudenza e della politica per tutelare gli operai e le operaie che rappresentano la base e il motore del nostro Paese.

La condizione di lavoro degli operai è stata spesso al centro della discussione e di lotte politiche e sociali fino alla fine del ventesimo secolo. A partire dagli anni ’80 si è iniziato a parlare di post- fordismo, ovvero, con l’avvento della tecnologia nei luoghi di lavoro, si prevedeva la fine della produzione di massa e del ruolo dell’operaio che svolgeva a ripetizione la stessa operazione all’interno della catena di montaggio. Ma ad oggi la condizione dell’operaio è davvero cambiata così come si prevedeva e, soprattutto, quali risvolti ha avuto la tecnologia nei rapporti di lavoro? Per avere una panoramica della situazione, ne abbiamo parlato direttamente con un operaio di Brindisi che lavora da più di vent’anni per un’impresa leader mondiale nello sviluppo e nella produzione di polipropilene. Grazie a questa testimonianza, ci si è potuti focalizzare sulle problematiche principali del lavoro in fabbrica e dei cambiamenti avvenuti al suo interno dagli anni ’80 in poi.


Per prima cosa bisogna dire che in Italia poco più della metà dei dipendenti privati sono operai, con le relative disparità tra nord e sud e soprattutto tra uomini e donne. Questo dato dice una cosa ben chiara, ovvero che la maggior parte della popolazione lavoratrice italiana è operaia e un dato quantitativamente così grande determina che lo stile di vita degli operai incide notevolmente sull’andamento economico, sociale e psicologico del Paese. Il problema è proprio questo: le condizioni di lavoro degli operai sono sempre più gravose e l’avvento della tecnologia ha apportato benefici solo in parte. Lo sviluppo della tecnica e il sistema capitalista hanno fatto si che l’impresa per avere il massimo del guadagno punti ad avere il massimo risultato col minimo degli sforzi, avendo così un aumento del lavoro per il singolo lavoratore. Questo significa che se prima un’attività veniva svolta da 200 dipendenti, adesso dovrà essere svolta da 170, aumentando il carico di il lavoro per il singolo con turni di lavoro altamente stressanti. Un numero esiguo di personale significa anche che quando un lavoratore si assenta, il suo posto è coperto da un altro operaio che spesso non ha le competenze giuste per espletare quella funzione. Si ha così una situazione in cui il lavoratore perde di vista la propria funzione all’interno dell’ambiente lavorativo, fa fatica ad accrescere la propria esperienza in un determinato settore, a creare un profilo lavorativo. Il lavoratore è sempre più solo e debole nei confronti dell’azienda. Un altro problema che emerge è violazione del limite orario giornaliero di 8 ore. E’ quasi consuetudine che la giornata lavorativa sfori il limite e, nei casi peggiori, che non si rispettino neanche le 11 ore di riposo giornaliero. Così può accadere che il lavoratore finisca un turno di lavoro e abbia a mala pena le ore sufficienti per riposare per poi iniziare un nuovo turno.Questa situazione ha un risvolto negativo nella vita sociale del lavoratore, come emerge dalla testimonianza raccolta. La vita sociale è annullata, l’operaio è ridotto ad una mera macchina per la produzione di ricchezza altrui. Il lavoro stressante e continuo spesso non consente di avere il tempo e le forze fisiche di dedicarsi al tempo libero, di coltivare interessi personali per curare la salute fisica e mentale. Si finisce per passare una buona parte della propria vita lavorando e facendo delle pause per dormire e mangiare e riprendere a lavorare. Si ha una completa alienazione della persona, che non è più un soggetto pensante ma solo operante, che non ha significato al di fuori della catena di produzione. Il sistema purtroppo rimane quello di sempre, un gioco a ribasso dal quale i lavoratori escono schiavizzati: o si lavora a condizioni stressanti o si rimane disoccupati. E’ facile dedurre che in questa situazione il lavoratore è davvero spinto fino allo stremo delle proprie forze mentali e fisiche. Di fatti non sono rari i casi di cronaca che parlano di operai e operaie che si tolgono la vita a causa dell’alto stress lavorativo che comunque non gli permette di vivere una vitadignitosa.Come si era previsto negli anni ’80, la fatica lavorativa si sarebbe dovuta attenuare con la sostituzione delle macchine all’uomo, ma con l’avvento della fabbrica 4.0 si hanno nuovi problemi per i lavoratori, soprattutto per quanto riguarda la tutela della privacy del lavoratore e del controllo a distanza. Innanzitutto per fabbrica 4.0 si intende il processo tramite il quale l’industria diventa sempre più automatizzata, per aumentare la produttività e creare nuovi modelli di lavoro che prevedono cambiamenti delle mansioni, degli orari, dei luoghi di lavoro e delle competenze. Se da un lato si avranno effetti positivi sulla produttività delle imprese, dall’altro sembra ci siano delle perplessità sugli impatti occupazionali come, tra i tanti, la progressiva sostituzione del lavoro umano con quello automatizzato o la diminuzione progressiva dell’efficienza professionale. I lavoratori perdono il controllo sul proprio lavoro, la macchina intensifica e velocizza il processo lavorativo e gli operai fanno fatica ad identificare il ruolo che hanno all’interno della catena lavorativa, perdendo il senso di ciò che stanno facendo.L’industria di quarta generazione ha portato anche all’informatizzazione del lavoro, da cui derivano problemi legati alla privacy e al controllo del lavoratore. Questi ultimi conseguono dall’utilizzo, nei luoghi di lavoro, di strumenti che, direttamente e indirettamente, carpiscono informazioni sia finalizzate alla produttività, quindi lecite, sia finalizzate al controllo del lavoratore, quindi illecite. Un esempio può essere il badge che i lavoratori utilizzano all’entrata e all’uscita della fabbrica. Questo strumento serve per fini prestazionali ma allo stesso tempo effettua un controllo a distanza sull’attività del lavoratore. L’utilizzo, da parte del lavoratore, di strumenti di lavoro informatici ha come conseguenza la raccolta dei dati personali archiviati, come può essere ad esempio l’uso dell’email aziendale, i dati relativi alla navigazione effettuate tramite i computer dell’azienda. Si parla quindi di una serie di informazioni che fungono ancora una volta da controllo del lavoratore ma che in questo caso hanno a che fare anche con la sfera privata. La norma vigente dell’art.4 dello Statuto dei Lavoratori prevede delle misure di tutela in questo ambito, che però risultano un pò deboli e non ricoprono tutte le situazioni in cui il datore di lavoro riesce a controllare o a carpire informazioni sul lavoratore, questo perché è difficile aggiornarle con la stessa velocità con cui cambia il mondo del lavoro. Ancora una volta le tutele dei lavoratori risultano deboli e schiacciate dall’interesse dell’azienda di essere il più produttiva possibile, portando il lavoratore ad essere sempre più sfruttato con conseguenze sia nella vita lavorativa che sociale.


Queste sono solo alcune delle problematiche che affliggono il mondo del lavoro in fabbrica. A queste bisogna aggiungere una riflessione sul fatto che il lavoro non ha più una chiara rappresentanza politica, non c’è più una fazione politica che dia esplicitamente voce alle esigenze degli operai. Dalla nascita della Terza via ad oggi, le politiche di matrice neoliberista sono state attuate trasversalmente da governi di destra e di sinistra, e il dogma della deregolamentazione del mercato rimane tutt’ora centrale nei programmi politici di molti dei maggiori partiti.                   L’unica figura istituzionale che si occupa della tutela dei lavoratori è il sindacato, che dopo gli anni ’80, a seguito della rottura di un senso collettivo del lavoro, non sembra in grado di uscire dalla crisi di rappresentanza e incapacità a mobilitare la base in cui versa da tempo.

L’argomento degli operai e delle condizioni di lavoro in fabbrica è molto vasto e lo sfrenato bisogno di dover incrementare sempre di più la produzione porta ad una serie di ripercussioni sui lavoratori considerati come mezzo per far fronte alle esigenze del mercato che purtroppo non si preoccupa delle condizioni di vita di un singolo operaio. Qui si è voluto solo delineare un confine entro il quale identificare le principali problematiche del lavoro subordinato. Certo è che il mondo del lavoro è in continua evoluzione, le tutele dei lavoratori subordinati sono davvero esigue ed è urgente un intervento della giurisprudenza e della politica per tutelare gli operai e le operaie che, numericamente e non, rappresentano la base e il motore del nostro Paese.

                                            di Adriano Giudice  

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