“A noi gli occhi, please.” La riforma dei lavoratori dello spettacolo

29.04.2021

La sua apparente sacrificabilità ha fatto riflettere il mondo della cultura della condizione in cui verte.

“Pensa che alle 7 di mattina siamo entrati trovando le porte aperte – non sto scherzando. C’è un solo portinaio e la porta sul retro era aperta per far entrare il corriere. Una volta dentro abbiamo fatto chiamare il Direttore del Teatro. Quando è arrivato vedendoci ci ha detto “non capisco cos’è successo, ma il teatro è vostro: sono d’accordo con voi, vi sostengo“. Dopo le sue parole è partito un grande applauso. Io ero fuori con altri due tecnici e sentirlo ci ha fatto veramente ricordare gli applausi che sentivamo da dietro le quinte – ci erano mancati tanto”.

Queste le parole di Luca Zacca, backliner e tecnico audio, dal chiostro del Piccolo Teatro Grassi di Milano, occupato la mattina del 27 Marzo insieme al Teatro Verdi di Padova e il Teatro Mercadante di Napoli.

Gli applausi a Luca, e a tutti, mancano dall’8 Marzo dell’anno scorso: il settore dello spettacolo e della musica dal vivo è stato l’unico a rimanere bloccato ininterrottamente. Le occupazioni sono avvenute durante i tre giorni di mobilitazione coordinata in tutto il paese dei lavoratori dello spettacolo. Miccia delle proteste è stata l’ennesima promessa di riapertura prevista per le zone gialle il 27 Marzo, promessa non mantenibile dato che poco prima il paese era diventato tutto arancione e rosso.

La lunga chiusura, come in molti altri campi, ha scoperchiato il proverbiale vaso di Pandora: quello dello spettacolo è un settore che, da un punto di vista innanzitutto lavorativo, ha bisogno di essere ripensato.

Su uno striscione appeso fuori dal Piccolo si legge “Il Parlamento Culturale Permanente”: così si autodefiniscono gli artisti, le maestranze, i tecnici e i lavoratori dello spettacolo in genere che in queste settimane stanno definendo e ultimando quella che sarà la prima riforma strutturale del settore scritta totalmente e direttamente dal basso, dall’interno.

Ad oggi in Parlamento, quello nazionale, sono 4 le proposte di riforma presentate : una tutta Pd, una PD- M5S, una Lega e una Fratelli D’Italia.

“Niente di più lontano da quello che vogliamo noi: in tutti quei testi si continua a pensare al lavoratore dello spettacolo come un lavoratore autonomo, un libero professionista. Ma proprio staccarsi dal paradigma dell’autonomia è il primo cambiamento necessario. Chi ci lavora sa che il lavoro nella cultura è raramente autonomo : ci vengono richiesti orari, luoghi, mansioni esecutive ben precise. È un po’ come il discorso sui rider: poter scegliere quali ordini prendere non vuol dire essere in un regime di autonomia. Abbiamo bisogno di essere riconosciuti innanzitutto come lavoratori subordinati perché solo così potranno esserci garantiti i nostri diritti. Per esempio non dovremmo essere noi i responsabili delle forniture, o della sicurezza sul lavoro.” Ci spiega Luca Zacca, e continua “è assurdo che continuino a presentare riforme senza ascoltare noi. Entro fine mese proporremo la nostra ed esigeremo che venga discussa.”

Ma cosa c’è in questa riforma?

Il punto fondamentale è il riconoscimento del lavoro nello spettacolo e nel live come tale: questo significa pensare a un sistema contrattuale che possa conciliare le esigenze di tutela, diritti e dignità di ogni lavoratore con la discontinuità e la multidatorialità (più committenti , sempre diversi) tipiche del settore. Da un punto di vista pratico il primo punto è eliminare il filtro delle cooperative e passare a un sistema di assunzioni dirette tra lavoratore e committente.

“Le cooperative ti fanno lavorare in una condizione di lavoro grigio, i contributi versati sono schizofrenici. Per capire cosa intendo basta guardare una nostra busta paga : i nostri minimi tabellari sono molto bassi e non reali. Per esempio il minimo per un tecnico audio è di 70 euro, ma io per meno di 230€ non lavoro, e nessuno a Milano si fa pagare meno di 180 €. Le cooperative ne approfittano: dichiarano di pagare il minimo e solo su questo versano i contributi. Il resto lo pagano come rimborso km per le trasferte”.

È necessario qui accennare al fatto che le cooperative in Italia godono già di un regime fiscale molto agevolato nonostante non ci siano criteri rigidi per definirsi tali. Dovrebbero consistere in forme di autorganizzazione dei lavoratori ma se inizialmente era così, ora lo scenario nel settore dello spettacolo è molto diverso. Le cooperative hanno preso il controllo del mercato del lavoro e svolgono un indesiderato, e costoso, servizio di intermediazione, impedendo ai lavoratori di interfacciarsi direttamente con il teatro o il palco che li sta assumendo, e privandoli così di ogni potere contrattuale. E questo, ci spiega Luca, lede la dignità stessa del lavoratore: “la dignità viene meno perché sei sempre ricattabile. Per pretendere diritti e dignità devi avere un potere contrattuale, che se c’è un intermediario non hai. Significa che non appena pretendi qualcosa di più finisci di lavorare, o se lavori per un evento un anno non è detto che tornerai quello dopo”.

Il contratto usato dalle cooperative è quello a chiamata, che è deleterio anche dal punto di vista dei diritti sociali: è praticamente impossibile accedere a tutele minime e imprescindibili quali l’indennità di malattia, il trattamento di fine rapporto, la maternità, se non dopo un alto numero di giornate contributive. Nato dalle profondità più buie del Jobs Act, questo contratto è in sostanza il nuovo cottimo, dove il lavoratore viene pagato solo quando risponde alla chiamata del datore ed esegue la prestazione. Raramente viene prevista una indennità di disponibilità, e se viene concessa richiede la continua e totale reperibilità. “il problema è che l’indennità di disponibilità non la danno a tutti , mentre tutti siamo costantemente reperibili”.

È, per fare un esempio, il classico contratto che viene fatto al cameriere giovane alla prima esperienza di lavoro : per gli attori e i tecnici dello spettacolo è invece purtroppo la più frequente alternativa al nero. È un contratto pensato per chi è ai margini del mercato del lavoro e per il quale sono previsti, proprio a causa del forte squilibrio che crea tra il lavoratore e il datore, forti limiti nell’utilizzo. Questi limiti però per il settore dello spettacolo vengono meno e contratti di questo tipo possono essere stipulati liberamente.

Un’altra problematica alternativa contrattuale all’intermittenza (e quindi al contratto a chiamata) è principalmente essere un libero professionista con una propria partita iva, ovvero riconoscersi come lavoratore autonomo senza esserlo effettivamente. Essere veramente autonomi significherebbe infatti lavorare da soli, con un proprio palco, scegliendo modalità di esecuzione, tempo e luogo dell’opera. Il problema dell’autonomia è che comporta la perdita delle tutele e dei diritti riservati ai lavoratori subordinati.Un piccolo numero di lavoratori riesce infine a farsi assumere direttamente dal committente. Si tratta di solito di grandi teatri, che assumono a tempo indeterminato un numero molto limitato di artisti e tecnici permanenti e a tempo determinato i lavoratori di volta in volta necessari per i singoli spettacoli con il contratto classico che è la scrittura privata. Ma questa ultima possibilità, che nell’immaginario collettivo è forse la più frequente, è invece la fortunata eccezione.

Per uscire da questo sistema (intermittenza con le cooperative o partite iva) e passare a quello delle assunzioni dirette, la riforma dei lavoratori propone una semplice istituzione di uno sportello unico statale in cui verrebbe collocato il lavoratore e tramite il quale avverrebbero le assunzioni. Lo sportello sarebbe anche un essenziale strumento di trasparenza, chiarezza e uguaglianza: permetterebbe di aumentare il livello di controllo, renderebbe i lavoratori più consapevoli di quale sia l’effettiva paga media per il proprio lavoro, eviterebbe l’assunzione per mansioni diverse dalle proprie, e obbligherebbe i committenti a stipulare contratti uguali a parità di lavoro ed esperienza. Su quest’ultimo punto Luca ci spiega che adesso non è così: “Può succedere che per un evento ti trovi a svolgere lo stesso lavoro di chi ha un contratto, diritti e tutele diversi dai tuoi e magari viene pagato anche in modo diverso: per esempio ci sono 5 attrezzisti di cui tre intermittenti in cooperativa, uno con la scrittura e un altro con la partita iva… è chiaro che c’è qualcosa che non va. Noi chiediamo che a parità di professionalità che viene messa in campo corrisponda parità di contratto”

Lo sportello statale è strumentale anche a un altro importantissimo punto della riforma: la generazione del reddito di continuità, un ammortizzatore sociale specifico per il settore. “Il nostro lavoro è discontinuo per natura, ma il nostro reddito non può esserlo. Il reddito di continuità sarebbe un contributo mensile minimo a cui si riesce ad accedere dopo un tot di giornate lavorative nel settore, versando i contributi nel fondo pensioni dei lavoratori dello spettacolo. La verifica delle ore e del lavoro svolto avverrebbe proprio tramite lo sportello.”

Anche questo sistema, così come quello delle assunzioni dirette, viene dal modello francese : lì i lavoratori, dopo un minimo di 507 ore di lavoro nello spettacolo (c.a. due mesi ) in cui versano contributi nel fondo degli intermittenti, possono iniziare a percepire un contributo mensile, una specie di “pensione” per i periodi di inattività. “Si tratta di momenti tipici per chi lavora in questo ambito, che sono o di lavoro vero o propio (ad esempio le prove per uno spettacolo che a volte vengono pagate solo in parte) o di formazione, preparazione per futuri impieghi o ancora, penso agli artisti, di creazione”.

Non appena si riprende ad essere pagati si smette di percepire il reddito e si ricomincia a versare i contributi. Chiaramente ci sarebbe un tetto massimo oltre il quale non si percepisce alcun reddito : in questo senso si può dire che il fondo sarebbe mutualistico all’interno del settore, così come è in Francia, dove per esempio un Depardieu continuerebbe a versare senza percepire.

Ma soprattutto, in Francia, il lavoratore dello spettacolo è salariato e non è un libero professionista.

Quindi, per ricapitolare, quello che si propone è, sulla falsariga del modello francese, un controllo statale del mercato del lavoro in questo settore, effettuato tramite l’istituzione di uno sportello unico per le assunzioni dirette, che permette anche la sicura generazione di un ammortizzatore sociale necessario per coprire i periodi di inattività propri del settore, e che sarebbe auto-finanziato con i contributi versati dagli stessi lavoratori durante i periodi di lavoro.

A questo punto, una domanda sorge spontanea: perché queste richieste, questa forte esigenza di cambiamento, arrivano solo ora?

“Tutto è iniziato con la chiusura di Marzo. Prima ci facevamo andare bene questa situazione – bene o male stavi sempre a lavorare. Questo stop forzato ha permesso alle persone di rendersi conto della propria condizione. La precarietà e l’intermittenza non ti permettono di organizzare la tua vita, diventa complicato persino accedere a un mutuo. Abbiamo capito che era tempo di auto-organizzarci e costruire una proposta unica.

Il punto è che noi stessi facciamo fatica a realizzare di essere sfruttati: è difficile riconoscere che un lavoro come il nostro, per il quale ci sono voluti anni di preparazione e fatica, goda di una bassissima considerazione. La nostra professionalità non viene riconosciuta, e questo fa male. “

Sostanzialmente i lavoratori dello spettacolo e della cultura chiedono oggi qualcosa di molto semplice : il riconoscimento del proprio lavoro. Un lavoro che richiede alta professionalità e continua formazione ; che dovrebbe permettere di accedere quanto meno a un contributo minimo mensile, indipendentemente dal fatto che sia di sua natura discontinuo; che possa essere svolto con la tranquillità di vedersi garantiti i diritti e le tutele minime e imprescindibili, proprie di un lavoratore che è, di fatto, subordinato. Un lavoro che tra l’altro all’interno di una democrazia dovrebbe essere considerato fondamentale , alla stregua di un servizio pubblico, per il fatto di offrire continui spazi e momenti di riflessione, critica, scambio e dialogo.

Tutto questo in Italia non c’è: i lavoratori e le lavoratrici del settore culturale non sono considerati essenziali e sono destinati alla precarietà, così come testimonia questo ultimo anno di chiusura. Una chiusura isolata dato che, prima in tutto il paese e poi nelle zone gialle, gli spostamenti sono rimasti liberi, le scuole piene, i ristoranti e i bar aperti a pranzo e fino alle 18, insieme ai negozi e ai centri commerciali. La sua apparente sacrificabilità ha fatto riflettere il mondo della cultura sulla condizione in cui verte.

Va considerato anche che sono arrivati solo pochi e schizofrenici ristori che hanno permesso ai lavoratori e alle lavoratrici a mala pena di respirare. “A me personalmente è arrivato qualcosa subito e poi a Ottobre. Sono stati dei ristori dati una tantum, neanche a tutti, pensati più per il teatro che per altro. Chi ha preso tutto, e si tratta di una bassa percentuale, avrà avuto in media 500 euro al mese. Senza pensare a tutti quelli meno strutturati e che lavorano per lo più in nero in condizioni di estrema flessibilità, che non hanno potuto raggiungere i requisiti minimi per l’accesso ai bonus. Tra l’altro molti di noi si sono resi conto che credevano di essere inquadrati come lavoratori dello spettacolo e invece erano in altre casse previdenziali. Insomma, il caos” .

Con una riforma strutturale del lavoro nel mondo dello spettacolo si sta indirettamente mostrando l’esigenza di un ripensamento della cultura in Italia. È solo dando dignità ai suoi lavoratori, riconoscendoli come professionisti, meritevoli di tutele e di una stabilità economica che possono essere messe le basi per una effettiva valorizzazione della cultura, che permetta la sua legittimazione come dimensione essenziale, a livello tanto sociale quanto politico.

La mattina di Mercoledì 14 Aprile è stato occupato anche il Silvano Toti Globe Theatre di Roma. Dentro, su uno striscione, si legge “A noi gli occhi, please”, un richiamo al nome dello spettacolo del grandissimo Gigi Proietti.

È necessario dunque rivolger loro gli occhi, ascoltare le parole dei lavoratori e delle lavoratrici dello spettacolo, comprendendo come sostenere questa riforma non vuol dire solo combattere forme di precariato e condizioni lavorative insostenibili ma anche promuovere una nuova idea di cultura, della quale possa beneficiare la società tutta.

                                                                                                                                         di Anna Providenti 

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