The Elephant Man: umano non umano

20.04.2021

In realtà, sotto quell’inquietante travestimento e quelle deformità fisiche, si nascondeva un uomo dotato di straordinari sentimenti e di una spiccata intelligenza

Nel XIX secolo, negli Stati Uniti e in Inghilterra, la popolarità del circo di strada e dei celebri freak show raggiunge la sua massima espansione. Le orrende e atroci deformità degli esseri umani vengono rese delle vere e proprie attrazioni, capaci di raggruppare un vasto pubblico e di garantire all’insensibile padrone della creatura un facile guadagno. Gli imprenditori circensi, infatti, pur di arricchirsi, si avventuravano nelle zone più malfamate della città, raccattando uomini e donne ai margini della società che, a causa delle loro terribili condizioni, erano disposti a qualunque cosa pur di ottenere un misero compenso, un pasto e un luogo in cui dormire. Il mondo del cinema ha spesso attinto molte idee dall’ambiente del circo e dell’arte di strada e registi come Federico Fellini e Tod Browning (autore del celebre Freaks) ne sono un’esemplare dimostrazione.

Nel 1980, nelle sale cinematografiche usciva The Elephant Man di David Lynch, un film che, chi ha apprezzato il precedente Eraserhead, potrebbe considerare apparentemente “poco lynchano”. È pur vero che da un lato abbiamo una trama lineare, priva di intrecci complessi e con una forte attinenza al mondo reale e alla storia; ma, allo stesso tempo, sono comunque riscontrabili alcuni tratti tipici del cinema di David Lynch: le oniriche scene iniziali e finali, ne sono un grande esempio. Inoltre, anche la scelta di narrare la storia di John Merrick, un personaggio che lo stesso Lynch definì come “un individuo singolare, meraviglioso e innocente”, e la Londra della rivoluzione industriale, che fa da scenario all’intera vicenda, hanno rappresentato per il regista americano motivo d’interesse e una grande fonte d’ispirazione. Perciò, anche sforzandosi leggermente, è possibile intravedere qualche spiraglio di “lynchanità”. Ad ogni modo, il film si rivela subito un gran successo: l’eccezionale fotografia, il perfetto uso del bianco e nero e le intense interpretazioni di John Hurt, nei panni di John Merrick, e di Anthony Hopkins, nei panni del dottor Treves, hanno contribuito a rendere affascinante questa romantica e malinconica storia, fatta di emarginazione e, soprattutto, di umanità.

Di fronte al London Hospital vi è un particolare tendone recante l’orrenda raffigurazione di un uomo simile, in tutto e per tutto, ad un elefante. Il dottor Treves, che lavora lì vicino, incuriosito dall’immagine raffigurata e dalle strane voci circolanti sulla creatura nascosta dietro il telone, decide di procurarsi una visita privata pagando il suo “proprietario” Bytes. L’incontro si rivela scioccante per il medico inglese: una figura rannicchiata, indifesa e sola occupa l’intera stanza, umida e fredda. Quando, sotto esortazione del suo padrone, l’essere si mostra in tutto il suo assurdo aspetto, il dottore non crede ai propri occhi: aveva davanti qualcosa di mai visto. Alcune parti del suo corpo erano incredibilmente anormali e deformi: la testa era enorme, sulla fronte era presente una gigantesca sporgenza che gli offuscava la vista, la parte che andava dalla nuca fino alla schiena era ricoperta da escrescenze e il braccio destro, gigantesco e informe, terminava con una mano, simile ad una pala o ad una pinna. Eppure, in mezzo a tutte quelle brutture, un particolare tratto estetico aveva catturato l’attenzione di Treves: la mano e il braccio sinistro di John Merrick non solo erano normali, ma addirittura ben definiti, con una pelle fine e una mano bellissima. La bellezza di un singolo arto, tuttavia, non può garantire a Merrick una “vita normale” e dunque, a causa del suo orribile aspetto fisico, viene o evitato o, nella peggiore delle ipotesi, perseguitato e deriso malignamente. La paura di poter essere visto e il desiderio di nascondersi ovunque fosse possibile, rappresentavano per Merrick una triste abitudine con la quale lottava quotidianamente. Era infatti costretto a camuffare le sue mostruose fattezze con un largo berretto da marinaio, un panno grigio con un minuscolo foro all’altezza dell’occhio sinistro e una lunga e pesante cappa nera, apparendo, talvolta, ancora più pauroso del solito. In realtà, sotto quell’inquietante travestimento e quelle deformità fisiche, si nascondeva un uomo dotato di straordinari sentimenti e di una spiccata intelligenza.

La vita di John Merrick, dall’incontro con il dottor Treves, acquista finalmente una certa dignità. Superato l’iniziale spavento causato dalla sua presenza, John viene accolto benevolmente all’interno della clinica londinese e trattato con grande garbo e gentilezza, come un caro ospite. Le incertezze e le titubanze dimostrate dal direttore dell’ospedale cedono il posto all’ammirazione per l’ingegno dell’Uomo Elefante, il quale offre una stupefacente recitazione del ventitreesimo salmo della Bibbia, dimostrando così una certa propensione alla lettura. La presenza di John Merrick all’interno del London Hospital diventa una notizia di dominio pubblico e, grazie al suo elegante lato nascosto, riceve importanti visite, soprattutto da parte di membri dell’alta nobiltà inglese. Se da un lato eventi del genere rappresentano sicuramente qualcosa di positivo e lieto per chi, come Merrick, era costantemente vittima di violenze ed isolamento, dall’altro sembrano aver gettato nuovamente l’Uomo Elefante all’interno di una “nuova gabbia”, riportandolo nuovamente nella sua iniziale condizione di fenomeno da baraccone. Il dottor Treves, infatti, inizia a percepire un particolare senso di colpa, sentendosi simile a Bytes, il dispotico padrone di John, per il modo in cui sfrutta la povera e indifesa creatura. Dal canto suo, invece, la soddisfazione e la felicità di John sono alle stelle. Per la prima volta nell’arco della sua vita si sente apprezzato e amato: a poco a poco si abitua a diventare un essere umano.

L’amicizia tra Frederick Treves e l’Uomo Elefante rappresenta il punto di partenza della sua metamorfosi: John Merrick, percependo la sincera vicinanza di un essere umano, inizia a far emergere alcuni tratti del suo carattere, rimasti per troppo tempo muti e intorpiditi. Nello stesso modo in cui il bruco si trasforma in un’elegante farfalla, l’Uomo Elefante abbandona la sua bestialità e abbraccia la sua nuova natura umana, pur mantenendo il suo vecchio corpo. E così dall’iniziale mutismo che lo caratterizzava, inizia ad acquistare fiducia in sé stesso e a dialogare con tranquillità. Si appassiona, inoltre, alla lettura di romanzi, soprattutto rosa, e al modellismo e riceve numerose visite da parte di illustri personalità della società inglese. Coltiva una passione per le fotografie, soprattutto di volti femminili: fra questi, l’immagine di sua madre rappresenta per lui uno degli oggetti più preziosi della collezione. L’ossessione per la madre e, in particolare modo per la sua bellezza, lo spinge a chiedersi da dove sia potuto derivare il proprio orripilante aspetto ma, non trovando una risposta, finisce per rifugiarsi nell’adorazione del suo piccolo simulacro, l’unico ricordo positivo legato al suo burrascoso passato. Il confronto con il fascino dell’incantevole madre è insostenibile a tal punto da ricordargli costantemente quale sia la sua reale natura, accentuando il divario presente fra lui, essere esteriormente mostruoso, e la madre, donna dall’aspetto meraviglioso.

Proprio per tale motivo, la metamorfosi non riuscirà mai a definirsi “completa”: il carattere, l’atteggiamento e l’animo del nostro protagonista sono quelli di un uomo onesto e puro, ma il suo corpo è troppo lontano dalla normalità che tanto brama. Ogni parola che viene pronunciata dall’Uomo Elefante è singhiozzante, strozzata dalla sofferenza e dall’emarginazione da cui non riuscirà mai a scappare. La straziante frase detta dopo esser stato accerchiato da una folla di persone selvaggiamente incuriosite dal suo aspetto fisico, è probabilmente la più emblematica dell’intera pellicola. Egli grida:

“No! Io… non sono un elefante! Io non sono un animale, sono un essere umano! Un uomo… un uomo!”

L’urlo di Merrick riecheggia nel bagno della stazione e getta lo spettatore nell’angoscia, costringendolo ad effettuare un’attenta e introspettiva autoanalisi. È costretto, come se fosse di fronte alla Legge, a confessare, a giudicarsi e, nel più drastico dei casi, anche a condannarsi per la propria malvagità. La naturale cattiveria umana sale in superficie e si mostra in tutto il suo orrido fascino. Nonostante ciò, la bestia, pura, dolce e sensibile, aspira al raggiungimento della forma umana (quando, in realtà, farebbe meglio a rimanere nella sua tormentosa condiziona animale).

Lynch, come in ogni suo film, decide di immergersi al di sotto della superficie del reale, ponendo davanti allo spettatore un protagonista insolito e complesso. Se da un lato l’aspetto fisico di John Merrick è ciò che ripugna a causa delle sue deformità, dall’altro rappresenta una barriera che va abbattuta e superata, per poter conoscere meglio l’uomo che vi si nasconde dietro. È necessario guardare oltre per scorgere una nuova natura. E così, dietro le sue mostruose fattezze, emerge l’animo nobile, candido e puro di John Merrick: un mostro tra gli umani e un umano tra i mostri.

                                                                                                                                                     di Rocco Rossi 

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