Quando c’era l’XM24 io andavo in Capannina

12.04.2021

Quando a sedici anni trascorrevo così i venerdì e i sabati sera, non avevo idea che a pochi chilometri più a nord della città si trovasse il più grande Centro Sociale di Bologna

A sedici anni aprivo il telefono e la story su Instagram di una “carlotta del Liceo Caimani” diceva: “x le prev del roc de cleb scrivetemi in dm”, e così con 20 iori (euro, era facile) mi sistemavo il venerdì sera. In realtà non erano proprio 20 perché, non avendo il motorino, a quelli si sommavano i 5 di taxi, più 4 del guardaroba; e quando ero proprio preso bene prendevo un drink aggiuntivo per altri 5 euro, ma poiché non era buon costume fare il griccio (tirchio), a fine serata mi concedevo una Moretti e un panino con la salsiccia e patatine fritte da “shishulainz” (così veniva chiamato il paninaro a porta Castiglione, un posto non proprio fascio free), altri 9 euro.

A volte poi, succedeva quella cosa per cui, dopo una congiunzione astrale né unica né rara, dei raggi ultraqualcosa colpivano l’encefalo di qualche amico mio e impossessandosi delle sue sinapsi, lo costringevano ad irrompere a gamba tesa nella chat di gruppo e a dire: “dadi a ‘sto giro ci sta fare una tavolata!“. Allora, per dadi si intende “ragazzi”, ma col tono di chi la sa lunga, e anche per i non bolognesi è un’espressione facile da comprendere, ben più intricato si fa il discorso riguardo alla tavolata. Per essere sintetici diciamo che, pagando dai quaranta ai duecentocinquanta euro, ci si poteva permettere circa un bicchiere e mezzo di Grey Goose e un’intera lattina di Red Bull (che comunque restavano sempre intatte perché nessuno, in Capannina, ha mai capito che la bevanda andava mischiata alla vodka); quanto al Moët Chandon manco a parlarne, finiva sempre tutto per terra per colpa di un morbo sociale non ancora debellato: la mania di usare il Rolex rotto del trisavolo per sciabolare la boccia (bottiglia), anziché stapparla. Più o meno questo era di fatto la tavolata in Capannina. In compenso, però, si provava l’ebbrezza di stare nella zona rialzata (si fa per dire, era un gradino di dieci centimetri) a guardare dall’alto le zecche che pogavano in mezzo alla pista, tipo don Pietro Savastano quando, nella prima stagione di Gomorra, a un certo punto orina nel bicchiere di Ciro e, facendolo dal trono del suo privé, si mostra superiore al resto della plebaglia bloccata al piano terra del locale. Praticamente la tavolata era un super attico, o almeno così doveva essere concepita, altrimenti non si spiega.

Anche per quanto riguarda la serata in sé, c’erano alcune costanti: un codice di abbigliamento ben preciso, da cui era pericoloso discostarsi; i fascisti che slegavano (picchiavano) le zecche, buttafuori che se la prendevano con le zecche ed infine reciproche ritorsioni tra fascisti e buttafuori perché nessuno se l’era presa abbastanza con le zecche; ma a quel punto l’oggetto del contest era già passato dalla gara di arti marziali a quella di chi intonava meglio “uno… due… tre… viva Pinochet“. In generale non ho mai capito perché fascisti e fascisti vestiti da servizio d’ordine si odiassero così tanto, sarebbe come se un nucleo di Al-Qaida facesse la guerra all’Isis. Ma, oltre agli elementi di machismo, in Capannina giravano per lo più adolescenti in piena crisi d’identità: nel corso di una sola serata un abitante del 40136 era in grado di operare almeno quattro metamorfosi. Da un iniziale pavoneggiarsi con il passo sicuro di Chuck Bass al ballo delle debuttanti, si passava in fretta alla fase successiva, quella degli sguardi vitrei, carichi d’odio, stile Lee Van Cleef nella locandina de Il buono il brutto e il cattivo, rivolti ai cinni troppo sgalli (ragazzi più piccoli e un po’ bevuti) che in discoteca si erano permessi di ballare; verso metà serata poi, dopo qualche lainz (in origine hashish, ma nel linguaggio corrente si suole indicare con questo termine qualsivoglia forma e modalità di assunzione del THC) iniziava la fase delle plastiche facciali: sforzi immani ed ingiustificati da parte di chiunque, pur di assumere un’espressione da Paura e delirio a Las Vegas, così da sembrare più sbregaz (eh questa è difficile, diciamo ragazzo esuberante, prevalentemente cannato, che comunque sticazzi delle impressioni che dà). Infine l’ultima fase, quella forse più patetica, ma da cui nessuno era immune, consisteva nel credersi una rock star all’after party del proprio concerto che saluta e abbraccia tutti. Anche un compagno dell’asilo mai più visto negli ultimi tredici anni, che magari era stato ladro di merendine e baro ad acchiapparella, meritava un “oooh vezz, sei in forma? Son bresco duro!!! Vado a cercare la mia ciccia e a far del ribecco!!!” (batti cinque, come stai? Ho bevuto, vado dalla mia fidanzata, mi riposo). Un copione fisso, immutabile, alla lunga cacofonico, ma che permetteva di apparire (o sentirsi) sufficientemente popolare.

A sedici anni, da una serata in Capannina, questo non era il massimo che ci si poteva aspettare, ma diciamo che era routine: dalle spese incalcolabili, alla messa in onda di Rocky IV circa ogni mezz’ora, alla ragazza per cui si aveva una cotta dalle elementari che andava dietro all’FFP (Fascista Fred Perry) della scuola privata con l’Sh 125 grigio opaco o, se era più grande, con l’Audi A1 o la BMW 114 (auto con cilindrate accessibili anche dai neopatentati, o almeno da alcuni, dipende da che si intende con “accessibili”).

Quando a sedici anni trascorrevo così i venerdì e i sabati sera, non avevo idea che a pochi chilometri più a nord della città, all’Ex Mercato Ortofrutticolo di via Fioravanti 24, si trovasse il più grande Centro Sociale di Bologna. Stando dall’altra parte (non solo geograficamente) non sentivo la voce di XM24 né quella di chi, in quegli anni, lo popolava. Né sapevo che per entrare lì bastasse portare con sé un ideale e pochi spicci di vino, ma soprattutto la voglia di condividere entrambe le cose. Ancora: non sapevo che se fossi andato lì, anziché in capannina, non avrei sprecato tutto quello che ricevevo di paghetta, sommato a quanto riuscivo ad arrotondare con qualche lavoretto. Non avrei dovuto fare tavolate e quant’altro, né avrei dovuto essere un mutante (per quanto fossi bravo ad imitare Sentenza e il dottor Gonzo), piuttosto avrei partecipato a quello che, a legger Bukowski (non Charles, n’altro), ha rappresentato un pezzo di storia di questa città. Avrei testimoniato anch’io di quell’estremo scampolo della realtà popolare che esisteva in quella striscia di Bolognina, con i suoi colori, la sua preziosa e variegata composizione sociale e tutte le sue figure, dalle trascurabili variazioni nel dress-code. Il sale di questa città, o perlomeno, della parte dissidente, interclassista e viva dei bolognesi, per natali o adozione. Quella parte, un tempo a me ignota, a cui oggi amo appartenere. Ma avrei potuto essere lì presente anche prima, prima che un nuovo assessorato alla sicurezza, una sicurezza alla Rudy Giuliani, decretasse che il sale fa troppo male e che a Bologna andava seguita la logica del decoro, inteso come fonte di profitto, una messa a rendita – come lo definisce lo stesso Bukowski – e, tramite le sue ordinanze antidegrado e l’attivazione del reparto celere, stroncasse tutto questo, prima che anch’io avessi il tempo di farmi accogliere.

Oggi neanche la Capannina esiste più, demolita anch’essa per violazione di norme sulla sicurezza. Era un locale di piccole dimensioni destinato ad ospitare centinaia di persone: tutt’altro tipo di sicurezza, ben diversa da quel “pugno nell’occhio” che XM24 poteva rappresentare per i poteri locali.

Ma se io avessi previsto tutto questo, dati causa e pretesto, forse farei lo stesso…

                                                                                                                   Giovanni Chemello

Fonti (d’ispirazione) di questo articolo sono: Zerocalcare; Jack Frusciante è uscito dal gruppo di Enrico Brizzi; La buona educazione degli oppressi di Wolf Bukowski; L’Avvelenata di Francesco Guccini; i racconti di un compagno.

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